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Stefano del lungo


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STEFANO DEL LUNGO

UN PERCORSO MARTIRIALE E DI PELLEGRINAGGIO NELL’ATLANTICO TERRITORIO DI VEIO: IL BAMBOCCIO, S. MARCELLO E L’ARENARIO DEI VADA QUATTRO



Premessa

La fama, di cui hanno sempre goduto nei secoli i principali complessi cimiteriali del suburbio nord-orientale e sud-orientale di Roma, da un lato ha contribuito a trasformare questi in punti di passaggio e di sosta obbligatori per i pellegrini diretti in città, in visita ai luoghi santi, dall’altro ha condannato irrimediabilmente all’oblio le numerose sedi di culti minori sparse per la Campagna Romana, intitolate a martiri poco noti e custodi di reliquie presto dimenticate del tutto, o onorate solo da pochi devoti a livello locale.

E’ il caso di molte vie consolari, fra cui la Flaminia, ignorata dalle fonti interessate al tema dei sepolcreti cristiani o liquidata in poche righe, come si legge nella Notitia ecclesiarum Urbis Romae1), dove viene nominata solo la tomba di S. Valentino.

Questo almeno sino al secolo XVII, quando, sulla scorta delle prime esplorazioni compiute nel 1578 nei cimiteri più conosciuti, papa Gregorio XV (1621-1623) promosse ulteriori indagini, per riportare alla luce nuove reliquie ed esporle nelle chiese romane, al fine di stimolare nei pellegrini fede rinnovata e voglia di elargire maggiori offerte.

L’opera fu proseguita da Urbano VIII (1623-1644), che arrivò a creare <>2). La validità e il fondamento degli intenti della commissione furono confermati nel 1667 da Clemente IX, il quale la riconobbe ufficialmente nella bolla del 6 luglio 1669, dopo aver fissato i termini per l’esecuzione degli esami sui resti reperiti nei sepolcreti3).

All’interesse dei papi corrispose presto una frenetica attività di scavo in tutto il suburbio di Roma, condotta da operai esperti (i cosiddetti <>), affiancati talvolta da eruditi, già impegnati nella ricerca di città dimenticate e castelli perduti, ma ben lieti di nobilitare il patrimonio di memorie di una precisa località con notizie sulle vite di santi, veri o presunti, vissuti sul posto per un certo tempo e ancora venerati dagli abitanti dei dintorni.

Si prestò, perciò, grande attenzione alle indicazioni fornite da contadini e pastori su antiche chiese ormai scomparse, inghiottite dalla vegetazione o ridotte a scarsi avanzi, e alle tradizioni popolari riguardanti grotte, caverne e cunicoli, persi nelle viscere della terra e guardati localmente con timore e rispetto. I risultati furono quasi ovunque positivi dal punto di vista del reperimento di reliquie4), ma non altrettanto per le strutture delle catacombe, spesso irrimediabilmente danneggiate e destinate al crollo entro breve tempo.

Tale è la sorte che si suppone abbiano subito anche alcune località (quali il Bamboccio, S. Marcello e l’Arenario dei Vadi Quattro) poste nelle vicinanze della Flaminia, distribuite quasi a intervalli regolari lungo il cammino di pellegrinaggio dalla Sabina a Roma, passando dal Monte Soratte e da Prima Porta. Indagate nella seconda metà del sec. XVII dal cardinale Flavio Chigi, nipote di papa Alessandro VII, non sono state più ritrovate5).



Il Bamboccio

Nel 1720 il Boldetti, unico tra i suoi contemporanei, riporta il dato di espoliazioni compiute qualche tempo prima all’interno di un cimitero, situato a N di Prima Porta6). <>.

Le difficoltà sull’identificazione del sito si presentano sin dalle prime parole. Nella provincia di Roma il toponimo Bamboccio è specifico della zona di Torrimpietra e di un’area attorno alla Flaminia, compresa tra la Cassia e il Tevere, sino al paese di Ponzano Romano; è solitamente impiegato per indicare, al pari del sinonimo Babbuino, i resti informi di un edificio, difficilmente identificabili a livello funzionale e quindi paragonati nella fantasia popolare a figure di uomini deformi7).

La mancanza di precisi riscontri cartografici impedisce di stabilire la posizione della località menzionata dal Boldetti, e spinge a verificare la misura della distanza da Roma riportata nel testo. Subito, però, si pone il problema dell’inesistenza nel territorio Collinese di un punto con simili coordinate. E’, infatti, impossibile contare per una località qualsiasi 13 miglia a Roma e circa 2 da Castelnuovo di Porto (per un totale di 15 miglia), dato che la lontananza tra i due centri non è inferiore a 19 miglia. Non è, certo, credibile che l’autore abbia commesso uno sbaglio così grossolano né è lecito correggere la distanza da Roma in 14 miglia, intendendo farla quadrare con il computo antico dei miliari8), poiché sia il Boldetti, sia tutti gli scrittori che lo hanno preceduto ricorrono sempre al sistema medioevale, che inizia dalle porte delle Mura Aureliane, ed è tipico di bolle papali, conferme imperiali, atti notarili, contratti di locazione, acquisto e vendita di immobili, ecc.9)

Colpisce, inoltre che, come caposaldo prossimo al luogo descritto, sia stato preferito l’abitato di Castelnuovo a quelli di Sacrofano, Riano e Formello, ben più vicini. Se si prova ad ammettere la validità delle misure proposte, le 13 miglia da Roma corrispondono all’incirca al km 21,600 della Via Flaminia10), le due miglia usate come riscontro dal Boldetti, invece, non vengono contate dal paese di Castelnuovo11), ma dal luogo in cui secondo gli eruditi dei secoli XVII-XVIII cadeva il confine della parte meridionale del suo territorio con la zona spettante al Capitolo di S. Pietro, che inglobava la Flaminia sino al Casale di Prima Porta. Il Degli Effetti129, stravolgendo completamente il contenuto di alcuni documentati consultati, pone in questo punto addirittura una torre13), <>14).

Della torre ora non c’è traccia, ma se si parte da questa posizione, che tanto ha attirato l’attenzione degli studiosi dell’epoca, e ci si sposta verso O, alla distanza di <>, indicata dal Boldetti, si trova la località Santi Martiri (F. 143 II SE)15).

In genere il toponimo, attestato sin dal secolo XVII, è specifico delle zone attraversate dalla Flaminia fino a Ponzano Romano, ed è esclusivo di posti nei quali sono state scoperte catacombe o complessi sepolcrali ad esse somiglianti nella struttura e nella tipologia delle deposizioni16). L’esempio più celebre è costituito dalla cosiddetta Catacomba di Teodora ai SS. Martiri, o semplicemente SS. Martiri, posta subito a E del km. 40,500 della Flaminia (F. 144 IV SO)17); ad esso vanno aggiunti quello della Catacomba ad Vicesimum, situata circa 250 m a N del km. 31,200 della Flaminia, ai margini di una località chiamata attualmente Valle Lunga (F. 144 III NO) e nel 1864 il Muraccio o Santi Martiri18); e infine quello riportato dal Degli Effetti19), trattando il martirio di s. Trifone: <20) >>.

Il sito dei Santi Martiri, posizionato su un colle alle propaggini settentrionali della località Perazzeta, risulta racchiuso, a partire almeno dal secolo XVII, nel territorio di Formello ed è contiguo al confine meridionale di Sacrofano21) nelle località Monte Cappelletto, la Melazza e Monte Noce22), per le quali passa tuttora il limite tra i due comuni.

Circa 300 m a S della cima le indagini compiute dal Ward Perkins n el 1968 consentirono di rintracciare le rovine di una grande villa romana, con muri in opera reticolata, alcuni dei quali rivestiti da intonaci dipinti e marmi, e pavimenti a mosaico. La villa era servita da una carrareccia, proveniente dalla vicina località Perazzeta, e da una strada pavimentata in basoli, parallela alla sponda sinistra del Fosso della Fontanaccia, il suo tracciato è stato ripreso e mantenuto nel Medioevo e nei secoli successivi dalla viabilità locale, collegante Formello alla Flaminia e a Sacrofano23).

Nel resoconto delle ricognizioni non si fa riferimento ad un ambiente ipogeo o cunicolo che possa far pensare ad un sepolcreto cristiano24), magari dipendente proprio dalla villa sopra menzionata25); localmente, però, si dice che, alcuni anni dopo il passaggio degli inglesi, nel punto di congiunzione tra la Valle Canepinara e la Valle di Pelle, ai margini occidentali dei sopracitati Santi Martiri, sulla sponda destra del Fosso delle Perazzeta, a circa 50 m a S dell’odierno ponte, fu scoperta nella parete tufacea, accanto al corso d’acqua, una fenditura alta circa 2 m.

La prospettiva di un tesoro nascosto spinse un paio di volenterosi ad avventurarsi all’interno. Si trattava di un cunicolo, sulle cui pareti si aprivano numerosi loculi, in parte scavati direttamente nella roccia, in parte costruiti a mattoni. La fretta di trovare oggetti preziosi spinse gli scopritori ad usare una pala meccanica per portare preso alla luce il complesso, distruggendolo quasi per intero.

Sebbene il sito risulti ora ricoperto dalla vegetazione e da cumuli di detriti, accumulati dalle acque di scolo dei campi circostanti, è molto probabile che si tratti di una catacomba26). In più, la presenza qui intorno di un cimitero appare confermata non solo dal nome della località, dalla distanza fissata dal Boldetti e dall’ esistenza di emergenze archeologiche assimilabili a quelle richiamate dal toponimo settecentesco, ma anche da altre prove contestuali.

In primo luogo il Capizzucchi27) ricorda un documento, rinvenuto nell’Archivio Chigi e datato al 1680, nel quale si calcolano le paghe da versare agli operai assunti dal cardinale Flavio Chigi per lo scavo di una catacomba situata in località S. Marcello, pertinenza di Sacrofano. Tale toponimo copriva nei secoli XVI-XVIII un’ampia area, includente il vocabolo Grotta Pinta e i cui limiti corrispondevano alla giurisdizione avuta nel Medioevo entro la Diocesi di Silva Candida dalla pieve di S. Marcello in Quartodecimo28). Decaduta la chiesa, il nome si era mantenuto in alcune ripartizioni interne ai margini settentrionali della Tenuta di Pietra Pertusa e tra il Fosso di Pietra Pertusa e il Fosso Pantanelle29), ai limiti dei feudi di Formello e di Sacrofano. Questi due, spettanti agli Orsini, il 19 giugno 1662 furono venduti dai fratelli Lelio, Flavio e Virgilio al cardinale Flavio, a Mario e ad Agostino Chigi, assieme ai paesi di Cesano e Campagnano30)

La disponibilità di così vasti possedimenti, ricchi di memorie storiche dall’epoca etrusca alla tarda romanità e di rovine, unita ai provvedimenti presi dai papi Alessandro VII e Clemente IX tra il 1660 e il 1670, per incentivare la ricerca di sepolcreti cristiani nella Campagna Romana, devono essere stati due motivi sufficienti per spingere il cardinale Flavio, nipote del primo dei due pontefici, a compiere indagini proprio nelle terre recentemente acquistate31), muovendosi dagli immediati dintorni dei centri abitati verso Roma, lungo tracciati rimasti invariati nell’assetto e nell’uso dall’epoca pre-romana sino ai loro tempi.

La catacomba di Monte Stallone (F. 143 II SE)32), collocata 1100 m a SE di Formello, e i Santi Martiri devono essere stati i primi siti individuati dal Chigi negli anni 1675-1680, forse grazie alle spoliazioni avute dalla gente del posto o alla notizia della permamenza a livello locale di forme di devozioni legate a particolari strutture ipogee.

Dei materiali e dei corredi rinvenuti al loro interno non rimane alcun ricordo33). Per il cimitero del Bamboccio, oltre ai generici dati forniti dal Boldetti, si ha il frammento di un’epigrafe, ora purtroppo perduta, letta e pubblicata dal Marini34) nel 1831 con la seguente intestazione: e vetere coemeterio XIII ab Urbe lapide via Flaminia in loco nuncupato al Bamboccio, seguita dalla specifica del posto dove si trovava in quel momento, in ecclesia parochiali S. Johannis Baptistae oppidi Scrofani35), e dalla trascrizione del testo mutilo: GEMINIANVS DEP [ositus-] / IANUARIAS.

Forse non è un caso che, come riferisce il Moroni36), nel secolo XIX, o anche prima, Sacrofano ebbe due santi protettori: <>, e le feste vengono <>. Non esistendo nelle fonti agiografiche alcun riferimento a tale santo37), è probabile che localmente si sia voluto innalzare temporaneamente agli onori dell’altare il Geminianus dell’epigrafe, consapevoli che i suoi resti erano stati rinvenuti all’interno di una catacomba e proprio per questo dovevano appartenere ad un martire degno di considerazione.

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