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Modello di sviluppo sostenibile in un’area rurale nella regione di los tuxtlas, veracruz (messico) Specializzando: Dott. Pierluigi Cammarano Relatore: Prof. Piergiorgio Bellagamba


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MODELLO DI SVILUPPO SOSTENIBILE IN UN’AREA RURALE NELLA REGIONE DI LOS TUXTLAS, VERACRUZ (MESSICO)
Specializzando: Dott. Pierluigi Cammarano
Relatore: Prof. Piergiorgio Bellagamba
Il risultato della conversione di molte foreste tropicali pluviali nel continente latino-americano in terreni agro-pastorali è stato la distruzione e frammentazione della selva a causa di una gestione incompatibile con conservazione e uso razionale delle risorse naturali che contengono (Estrada & Coates-Estrada, 1988, 1995 e 1996).

Le foreste occupano meno del 10% della superficie delle terre emerse, ma ospitano tra il 50% e l’80% di tutte le specie di organismi viventi (Myers, 1985; Erlich & Wilson, 1991). Ogni giorno nel mondo scompaiono più di 20.000 ha di selva e con essi un gran numero di specie animali e vegetali (Myers, 1991). In Messico il processo di deforestazione è proceduto inesorabilmente negli ultimi 40-50 anni a causa della riforma agraria degli anni ’60, che ha determinato la scomparsa “tout court” delle foreste: su una superficie originaria di circa 110.000 km2 oggi non resta più del 10-20% in condizioni di estrema frammentazione e vulnerabilità.



La selva di Los Tuxtlas (Veracruz, Messico) rappresenta la zona più settentrionale della foresta nel continente americano e il limite nord nella distribuzione di numerose specie della selva amazzonica (Dirzo & Miranda, 1991). La regione di Los Tuxtlas si estende su un’area di circa 2500 km2 dominata da due massicci vulcanici, San Martìn Tuxtla (1650 m) e S. Marta (1400 m), era ricoperta fino al 1940 per l’85% da foresta in gran parte vergine. Uno studio condotto integrando le immagini da satellite con rilievi effettuati in situ, dimostra che la foresta originaria è profondamente alterata: il 72% è stato convertito in pascolo e terreno agricolo, un altro 3% in colture arboree, un’area pari al 20% permane in forma di frammenti isolati e solo il 5% è costituito da foreste contigue per lo più d’alta quota (> 800 m s.l.m.). La concessione in usufrutto di piccoli appezzamenti a coloni privi delle conoscenze di base ha determinato una frammentazione che ha reso difficoltose strategie unitarie di gestione, per cui il degrado ambientale è molto elevato. A causa della geomorfologia e della diversificazione degli habitat naturali, nonchè delle attività antropiche, si sono creati diversi sottosistemi ecologici (frammenti di selva, coltivazioni arboree, siepi e corridoi di vegetazione residuale), alcuni dei quali in grado di sostenere una elevata biodiversità e di consetire una certa dinamicità dell’ecosistema, evitando il completo isolamento fisico e biotico dei relitti forestali originari. D’altra parte le popolazioni avicole stanziali e migratorie in questi ultimi 30 anni sono in costante diminuzione (Coates-Estrada, com. pers.).

La ricerca è articolata in 2 fasi; la prima biologico-naturalistica con censimenti avifaunistici utilizzando l’avifauna come indicatore ecologico delle condizioni di salute dell’ecosistema (circa 128 giorni di raccolta dati sul campo negli anni 1996-98 per la stima della biodiversità avifaunistica sopravvissuta nel mosaico ambientale in un territorio di 3.200 ha così suddiviso: 42 frammenti di foresta in vario stato di conservazione estesi tra 0.5 ha e 112.5 ha; 2 corridoi di vegetazione residuale intorno ad un ruscello (Balzapote) ed un fiume (Rio Maquina) per 5,1 Km e 2,8 Km; 16 km di siepi arboree di origine antropica costituite da due essenze dominanti, Bursera simaruba (Burseraceae) e Gliricidia sepium (Leguminosae); un complesso di 170 ha, di cui foresta (100 ha) frammista a colture di cacao, caffè, cocco (70 ha). Sono stati censiti 8545 uccelli appartenenti a 172 specie, pari al 75% delle specie rilevate in studi precedenti (Estrada et al. 1996). Gli elementi di connessione risultarono essere frequentati da 140 specie (80% del totale), i frammenti forestali da 118 (68%) e le coltivazioni arboree da 98 (60%). La biodiversità risulta dispersa nell’intero mosaico paesaggistico; l’importanza dei corridoi di vegetazione residuale naturale e di origine antropica e delle coltivazioni arboree, per i spostamenti dell’avifauna, suggeriscono che nella maggior parte dell’area campione esista un modello dinamico dell’ecosistema più efficiernte rispetto ad aree adiacenti maggiormente deforestate e da più tempo. Sulla scorta di tali dati si è delineata nella fase successiva (2001-2002) un’analisi socio-economica al fine di proporre un modello di sviluppo sostenibile a scala locale. Sono stati calcolati i redditi reali medi pro-capite dei circa 800 abitanti (redditi annui pro-capite inferiori ai 1000 USD dei braccianti agricoli dato 2001) ricavando in parte i dati dall’INEGI (Ist. Geogr. Naz. Messicano) e in parte dagli archivi municipali di San Andrés Tuxtla. Il modello calcola i redditi teorici ipotizzabili derivanti da una gestione che preveda in modo razionale e sistematico: un raddoppio dell’estensione laterale dei corridoi di vegetazione residuale e delle siepi, eliminando gli elementi di discontinuità; un ampliamento delle porzioni di foresta variabili dal 50% al 100% intorno ai frammenti esistenti, attraverso processi di successione secondaria e riforestazione sui suoli più poveri; impianto di coltivazioni miste di cacao e caffè nelle aree adiacenti ai frammenti forestali più estesi, costituenti fasce di 20-30 metri alternandole con alberi di impianto di specie forestali (Bursera simaruba, Ficus sp., Nectandra ambigens, Ceiba pentandra); riduzione del 50% della superficie di pascolo incrementando la produzione di latte e migliorando l’apporto calorico con l’uso di alimenti ad alto valore nutritizio. Sarebbero pertanto sufficienti alcuni diversi orientamenti per ottenere un miglioramento sia delle condizioni dell’ecosistema che del tenore di vita della popolazione umana.

LINEE GUIDA PER UNA CORRETTA GESTIONE DEL TURISMO IN UN'AREA CON VALENZE NATURALISTICHE : IL GOLFO DI OROSEI
Specializzando: Dott. Anna Lucia Balzano
Relatore: Prof. Francesco Petretti
Correlatore: Prof. Alfredo Fermanelli
Per secoli viaggiare è stata una prerogativa di pochi privilegiati, a partire dagli anni cinquanta diventa un costume diffusosi prima in America e poi in Europa e Oceania. L’espansione economica dei ceti medi, l’esodo dei lavoratori dalle campagne alle città, nonchè l’accresciuta possibilità finanziaria, alimentano il fenomeno della villeggiatura. L’aumento dell’afflusso turistico impone la costruzione di strutture ricettive, nasce così un mercato di domanda e offerta privo all’epoca di consapevolezza ambientale violando la capacità di accoglienza ecologicamente sostenibile e creando cosi il primo impatto ambientale dovuto al fenomeno del turismo. Nei primi anni ottanta, in risposta ai danni provocati dal turismo di massa, nasce l’ecoturismo: un modo di viaggiare ambientalmente consapevole dove il viaggiatore è particolarmente attento a non alterare l’ambiente. Dieci anni dopo l’ecoturismo diventa un fenomeno di massa e scopre i propri limiti. Paradossalmente, la domanda turistica che ricerca la qualità delle risorse ambientali, quando soddisfatta porta a un progressivo impoverimento della disponibilità di tali risorse, quando il limite di carico antropico sostenibile da parte di un ecosistema viene superato.

E’ evidente che, se il sistema ambientale, in assenza di politiche di salvaguardia e di attente pianificazioni territoriali, venisse lasciato in balìa della speculazione economica, andrebbe incontro ad un progressivo degrado ambientale che pregiudicherebbe, in maniera irreversibile, qualunque possibilità di attuare un modello di sviluppo sostenibile.

In questo quadro potrebbe rientrare la situazione presente oggi nel Golfo di Orosei - Capo Monte Santu. Quest’ultimo situato nella Sardegna orientale, nel tratto di costa che da Capo Comino si estende fino a Capo Monte Santu per circa 100 km, è un area di interesse internazionale per complessità geologica, geomorfologica, vegetazionale, faunistica, caratterizzata da maestosi processi di erosione naturale e carsismo che hanno dato vita nel tempo a immense grotte, orridi, cascate, codule, cale, insenature e spiagge. Le formazioni vegetali sono tipiche della foresta mediterranea di sclerofille, con boschi naturali di leccio (Quercus ilex) accompagnato da diverse specie come corbezzolo (Arbutus unedo), fillirea (Phillyrea sp.), ginepro (Juniperus sp.), lentisco (Pistacia lentiscus), olivastro (Olea europea), e infine da elementi relitti della flora terziaria come l’agrifoglio (Ilex aquifolium), il tasso (Taxus baccata) e l’acero minore (Acer monspessulanum). Le principali emergenze faunistiche sono costituite dal muflone (Ovis musimon)e falco della regina (Falco eleonorae), aquila reale (Aquila chrysaetos), falco pellegrino (Falco peregrinus), astore (Accipiter gentilis), marangone dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis), uccello delle tempeste (Hydrobates pelagicus), gatto selvatico (Felis silvestris libyca) , martora (Martes martes), ecc. Sia nella costa quanto nell’entroterra si trovano numerose testimonianze antropiche del passato: le Domus de Jana, grotte funebri artificiali del Neolitico; i Dolmen, sepolcri trilitici dell’età del rame; i Menhir, monoliti con valore magico religioso; infine numerosi resti dell’era nuragica come il Nuraghe Mereu e suggestivi villaggi nuragici come Tiscali e Serra Orrios.

Esigenza immediata per non giungere troppo tardi alla protezione di ecosistemi ormai minacciati da differenti interventi antropici è quella di intervenire nella definizione delle politiche di tutela delle risorse ambientali, in particolare dell’ambiente marino e costiero. Di fatto, diverse sono state fino ad oggi le proposte di tutela del territorio del golfo di Orosei, infatti nel 1982 con la legge 979 viene individuata tra le venti aree marine da proteggere. Successivamente la legge quadro sulle aree protette L. 394/91 istituisce il Parco Nazionale del Gennargentu e del Golfo di Orosei.

In particolare nel Golfo di Orosei mancano attività agricole e industriali che producano effetti ambientali significativi e irreversibili. ma è la pressione antropica, dovuta soprattutto alla presenza di turisti concentrata in pochi mesi estivi, a determinare la perdita dei valori paesaggistici e ambientali sul quale si fondano i settori edilizio e turistico; sarebbe quindi opportuno individuare delle linee guida di intervento che agiscano sulla rimozione degli inquinanti. Da qui la necessità di un cambiamento nel modello dell’economia e dello sviluppo che dovrebbe essere indirizzato su interventi che favoriscano l’incremento reddituale ed occupativo del territorio in esame, ma nel contempo che siano attenti alla tutela degli ecosistemi. Possono essere così riassunte alcune strategie di intervento:
1) Riqualificare l’offerta delle attività turistiche:


  1. istituendo nei territori poco antropizzati delle riserve naturali organizzate dove si preveda l’applicazione di tariffe per:

  • percorsi visita guidati (percorsi naturalistici, marini, archeologici, storici-culturali);

  • acquario;

  • museo oceanografico;

  • osservatori faunistici subacquei e terrestri.

  1. Costruendo un sistema di servizi e attrezzature complementari indirizzati a soddisfare l’insieme delle esigenze di sport, cultura (CEA), ristoro, riposo, divertimento.

2) Riqualificare il mercato edilizio intervenendo nel recupero dei manufatti esistenti, nella ristrutturazione e nell’adattamento del costruito;

3) Migliorare la distribuzione spaziale e temporale delle presenze turistiche.
Lo scopo di questo studio è quello di analizzare in modo critico e puntuale alcune di queste proposte di intervento, ampliandole e meglio adattandole alla realtà del territorio; prendendo spunto da esempi di buona gestione di alcune aree marine protette, sono state analizzate nuove proposte progettuali.

CARTE GEOBOTANICHE DELL'ISOLA DI GORGONA (PARCO NAZIONALE DELL'ARCIPELAGO TOSCANO) PER LA CONSERVAZIONE DI UN AMBIENTE NATURALE PROTETTO
Specializzando: Dott. Stefania Menini
Relatore: Prof. Franco Pedrotti
Correlatore: Prof. Carlo Bisci
La millenaria antropizzazione della penisola italiana ha portato alla pressoché totale scomparsa di ambienti naturali primigeni, soprattutto per quanto riguarda l’area mediterranea. Nonostante ciò alcune zone costiere e insulari mantengono ancora significativi elementi di naturalità.

L’isola di Gorgona, situata 19 miglia a ovest di Livorno, è la più settentrionale e la più piccola delle sette isole dell’Arcipelago Toscano con soli 2,2 kmq di super-ficie. Quest’isola, che nel 1704 fu visitata dal botanico fiorentino P. A. Micheli, presenta alcuni tratti originali nel panorama delle piccole isole mediterranee. Le sue caratteristiche fisiche, ma soprattutto la sua storia di isola da sempre scarsamente abitata dall’uomo, le hanno permesso di mantenere una buona copertura vegetale, comprensiva anche di importanti superfici boschive. Dopo il 1860 la presenza di una Colonia Penale agricola, pur incrementando l’utilizzazione del suolo fino ad allora limitata alle poche aree più fertili, ha preservato la natura dell’isola da mire speculative. Attualmente l’Isola di Gorgona fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano ed è riconosciuta come Sito di Importanza Comunitaria.

Il lavoro propone un approccio naturalistico alla definizione di norme per la conservazione e il miglioramento della naturalità dell’isola, basato sullo studio della vegetazione. Sono state realizzate, su supporto digitale, quattro diversi tipi di carte geobotaniche, ritenute particolarmente importanti a livello gestionale per il contenuto di informazioni che sono in grado di veicolare (Pedrotti, 1998 e 2000): carta della vegetazione reale, della vegetazione potenziale, delle tendenze dinamiche e della naturalità , tutte in scala 1:10.000.

La metodologia adottata ha previsto di integrare l’interpretazione di foto aeree e ortofotocarte ad una serie di rilevamenti di campo. Per la definizione delle carte tematiche ci si è avvalsi della carta tecnica regionale (scala 1:10.000) e di carte catastali diversamente datate. Sono state prese in esame anche due interessanti carte del XVIII secolo con-servate presso l’Archivio di Stato di Firenze.

In considerazione della morfologia accidentata del territorio, sono stati inoltre realizzati dei modelli digitali per le acclività e le esposizioni.

I documenti cartografici prodotti permettono di rilevare che:

- le acclivi e inaccessibili coste occidentali e meridionali ospitano associazioni a macchia tipiche del piano termomediterraneo (Myrto-Pistacietum lentisci e Teucrio-Juniperetum phoeniceae). Queste fitocenosi, poco o per nulla sottoposte all’impatto antropico, sono in una condizione di fluttuazione naturale e rappresentano la vegetazione zonale per le esposizioni sud-occidentali. Costituiscono la vegetazione a più elevato grado di naturalità dell’isola;

- lungo la parte orientale dell’isola, meno impervia e quindi maggiormente utilizzata dall’uomo, sono frequenti le macchie a erica arborea, cisti e rosmarino (Rosmarino-Ericion) che rappresentano un processo di successione secondaria instauratosi su ex coltivi e/o terreni percorsi dal fuoco. Estese superfici sono inoltre occupate dalla vegetazione sinantropica dei coltivi e delle aree abitate, che costituisce una importante via di penetrazione di specie esotiche nelle fitocenosi naturali: ad esempio si hanno processi degenerativi a carico della vegetazione di scogliera (Crithmo-Staticion) per l’ingresso di specie alloctone;

- nella parte centrale dell’isola abbondano le pinete di pino d’Aleppo (Pinus halepensis) di origine artificiale con sottobosco ricco di specie tipiche dell’ericeto o anche della lecceta che dimostra l’intensità dei processi dinamici in atto in questa vegetazione (successione secondaria). La lecceta (Viburno-Quercetum ilicis), che rappresenta la vegetazione potenziale di gran parte dell’isola, è ancora presente ma in maniera molto frammentata e con fitocenosi molto ridotte per lo più sottoposte ad un processo di degenerazione o più raramente di rigenerazione. Sono presenti, inoltre, un impianto di pino marittimo (Pinus pinaster) soggetto a un dinamismo meno intenso rispetto alle altre pinete, e una piccola area con Robinia pseudoacacia, specie alloctona potenzialmente pericolosa per la sua invadenza;

- l’orografia accidentata dell’isola e la presenza di vene acquifere crea le condizioni per la presenza di fitocenosi di ambienti freschi e umidi, in alcuni dei quali è presente un’associazione affine al Tamo-Rubetum ulmifolii. Interessante è anche la presenza di specie ad areale localizzato come Scrophularia trifoliata, endemismo tirrenico che si trova sulle rupi ombrose e stillicidiose.



A conclusione lo studio propone una zonizzazione del territorio, effettuata secondo i dettami della legge quadro sulle aree protette (L. 394/91), con la realizzazione della relativa carta in scala 1:10.000. Vengono altresì indicati i criteri adottabili nella programmazione degli interventi di riqualificazione delle fitocenosi esistenti. In particolare si prevede di procedere con interventi di intensità maggiore in aree di minore naturalità e, viceversa, con minore intensità dove la naturalità è più alta. Nella fattispecie si propone: la protezione integrale accompagnata dal costante monitoraggio per le aree a più alto grado di naturalità, la conversione naturale dei cedui di leccio in alto fusto, una serie di interventi miranti ad assecondare l’evoluzione delle fitocenosi attuali verso il climax naturale (con particolare riferimento alla graduale sostituzione del pino come specie dominante a favore dello sviluppo e dell’affermazione di sclerofille mediterranee), l’eliminazione della robinia e la realizzazione di un vivaio per la produzione di specie arboree ed arbustive tipiche con semi raccolti in loco.

LA "PRESENZA" DELLE AREE PROTETTE SUL TERRITORIO TRA OBIETTIVI DI CONSERVAZIONE E GESTIONE DEL CONSENSO: IPOTESI DI ORGANIZZAZIONE PER LA RETE DEI "CENTRI LOCALI" E DEI CEA DEL PARCO NAZIONALE DEL CILENTO E VALLO DI DIANO
Specializzando: Dott. Giovanni Piva
Relatore : Prof. Franco Pedrotti
Correlatore: Prof. Antonio Canu
Le aree protette vengono istituite per soddisfare l’interesse generale della protezione della natura. Gli obiettivi di gestione vengono pertanto distinti in “primari” ed “accessori” o “indotti”. Sono obiettivi primari dell’area protetta “il mantenimento degli ecosistemi in funzionamento perpetuo, il mantenimento di campioni rappresentativi delle unità biotiche, il mantenimento della diversità biologica, il mantenimento delle risorse genetiche, il mantenimento delle bellezze paesaggistiche e dell'ambiente fisico” [Franco Pedrotti,“Protezione della natura e Parchi nazionali,”in Atti della 1ª conferenza del Coordinamento dei parchi marchigiani, pp. 15-23, Abbadia di Fiastra, 10 marzo 2000] Tale gerarchia di obiettivi trova riscontro nella legge quadro sulle aree protette n° 394/91 dove si specifica che sono compiti istituzionali degli Enti Parco: la “conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di Comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici, di equilibri ecologici, la difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici”. Il raggiungimento degli obiettivi di conservazione richiede la messa in opera di risorse economiche ed umane e quindi “induce” al perseguimento di obiettivi di secondo livello quali quelli previsti all’art. 1 comma 4 lettere b e c ovvero “applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali; e promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili”. Evidentemente solo avendo ben chiara la gerarchia degli obiettivi i Parchi possono concretamente funzionare.

I parchi nazionali italiani, sia quelli storici sia i “nuovi parchi” istituiti negli anni ’90, si sono trovati nella necessità di “rispondere” al territorio fornendo localmente una serie di servizi precedentemente non esistenti. Gli enti gestori delle Aree Protette, in particolare i parchi di recente creazione, istituiti a fini conservazionisti ma sovente privi di cultura della protezione, si sono trovati nella necessità di confronto con il problema del “consenso” rischiando sovente nella dialettica con le comunità locali di invertire la gerarchia degli obiettivi sottesi alla loro istituzione.

Nel lavoro si affronta, dapprima il problema della gestione del consenso e della “presenza” delle aree protette sul territorio analizzando i possibili modelli di confronto con le popolazioni, la gamma di servizi e di opportunità offerte e le possibili distorsioni rispetto agli obiettivi primari della conservazione.

In seguito viene proposto il caso di studio del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano (PNCVD), secondo parco d’Italia per estensione (più di 180.000 Ha di superficie protetta e circa 15.000 Ha interessati dalle aree contigue) 80 km di costa a falesia inframmezzata da spiaggia e duna, 150.000 Ha di ambienti alto collinari e montani, nella zona di transizione tra la regione Mediterranea e la regione Euro-siberiana, fascia ecotonale ricchissima di endemismi fra cui la Primula palinuri eletta a simbolo del parco, presenze faunistiche di rilievo quali lontra (Lutra lutra), lupo (Canis lupus), aquila reale (Aquila chrysaëtos), coturnice (Alectoris graeca), picchio verde (Picus viridis) e picchio nero (Dryocopus martius), falco pellegrino (Falco peregrinus), nibbio reale (Milvus milvus) e nibbio bruno (Milvus migrans), primo parco per popolazione e soggetti istituzionali coinvolti (230.000 abitanti, 80 comuni inclusi, 14 comuni nelle aree contigue, 8 comunità montane, 1 provincia, 1 regione); un parco per molti versi paradigmatico della transizione culturale e sociale in corso nel Mezzogiorno d’Italia. Il Cilento, infatti, ha sofferto la marginalità e l’abbandono delle aree interne (tuttora di difficile raggiungibilità) venendo allo stesso tempo fatto oggetto di devastante speculazione turistica nella fascia costiera, peraltro estremamente affascinante. Elementi di crisi che è possibile affrontare solo superando modelli di sviluppo ormai desueti, riscoprendo il valore del patrimonio naturale dell’area e attuando un’efficace politica di protezione.

Nell’ambito della tesi si propone per questo la realizzazione di un processo/progetto di rete destinato a produrre effetti sulla consapevolezza delle popolazioni, sulla protezione della natura e sullo sviluppo di opportunità per il territorio interessato. L’obiettivo ultimo è quello di radicare nelle popolazioni del Cilento - Vallo di Diano l’idea di Parco come soggetto finalizzato in via prioritaria alla protezione della natura, culturalmente ben diverso da quello che può essere un’azienda di promozione turistica, un comune o una comunità montana. La situazione attuale infatti è caratterizzata dalla “frammentazione” della presenza e dalla scarsa visibilità del Parco sul territorio. Problematica dovuta in parte alle dimensioni dell’area protetta ed in parte alla sovrapposizione nel tempo di più interventi volti all’acquisizione del consenso, che hanno indotto sovente aspettative occupazionali di tipo “assistenzialista”.

Con l’avvio del processo/progetto di riorganizzazione della presenza del Parco sul territorio si prevedono corsi di formazione degli operatori, percorsi di organizzazione della rete dei “centri locali” e dei “CEA” nei quali vengono definite le tipologie di servizio e gli standard minimi di qualità erogata. La durata del progetto è almeno triennale. Il progetto, interagendo con la programmazione sociale ed economica del PNCVD, con il PIT (Progetto Integrato Territoriale del Parco) e con il POR (Programma Operativo Regionale)- Campania, diverrà la base programmatica dell’Ufficio Educazione Ambientale del Parco.


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