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L'ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la propria famiglia prima di partire per l'esilio cui era stato condannato


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Francesco Hayez
L'ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la propria famiglia prima di partire per l'esilio cui era stato condannato


Storia

Il dipinto fu commissionato nel 1838 dall’Imperatore Ferdinando I, giunto a Milano per la sua incoronazione a re del Lombardo Veneto, e destinato alla Galleria del Belvedere di Vienna. Al compimento dell’opera, nel 1840, il suo valore fu stimato nella cifra altissima di cinquemila fiorini dalla Commissione permanente di Pittura dell’Accademia di Brera, che ne evidenziò così il merito straordinario.


Soggetto

Stando a quanto Hayez stesso annotò nelle Memorie, la scelta di questo soggetto si deve ad una serie di circostanze particolari spiegate così dall'artista: "(...) mi dissero che mi avrebbero dato una commissione e che intanto pensassi ad un qualche soggetto di mio genio purché tratto dalla storia veneta. Difatti non passò due giorni e la commissione mi fu data e che dovessi presentare il soggetto, ed io senza perder tempo proposi Vittor Pisani liberato dal carcere (...). In pari tempo siccome queste cose si trattavano in Cancelleria del conte Kolowrat qual ministro dell'Interno S.E. nell'approvare il soggetto per S.M. e volendo egli stesso un mio dipinto me lo commetteva indicandomi per tema il Doge Fran.co Foscari che vede il figlio per l'ultima volta prima che questo parta per l'esilio, il quadro di gran dimensione. Il giorno appresso il segretario del detto Conte venne da parte di questo Sig.re a dirmi che il Foscari lo dovessi eseguire per S.M. beninteso con figure 2/3 che piacendogli di più pregava il suo Ministro a cederglielo quindi pel Sig. Conte il Pisani con figure piccole, così fu fissato anche con mia soddisfazione (...)" (Nicodemi, 1962, p. 183). Le ragioni di questa vicenda, che documenta l'interesse di Ferdinando I per questo particolare episodio storico, scelto come soggetto di un'altra commissione coeva affidata dal sovrano a Michelangelo Grigoletti, possono essere ricondotte ad un probabile processo di identificazione del committente nel protagonista del quadro, confermato dal ritratto del sovrano realizzato da Hayez nel 1840, che raffigura un personaggio "malinconico, quasi spettrale, oppresso sotto il peso insopportabile dell'ermellino regale, simile a quello che costringe le spalle ricurve del Foscari. Una particolare predilezione dell'artista stesso per questo soggetto è comunque testimoniata dalla presenza di numerose varianti: Hayez aveva infatti realizzato, nel 1832, una prima versione, oggi dispersa. Alla versione per Ferdinando I seguirono altre due varianti.

La fonte letteraria utilizzata da Hayez è l'Histoire de la République de Venise di Daru, un testo presente nella biblioteca del pittore nell'edizione del 1826. Rispetto però alle indicazioni del testo francese l'artista volle rievocare la suggestiva atmosfera della Venezia quattrocentesca ambientando la scena nell'angolo del portico al primo piano di Palazzo Ducale, con la chiesa di San Giorgio ancora in stile gotico sullo sfondo. La complessa regia del dipinto, che, in occasione della sua presentazione a Brera nel 1840 suscitò grande interesse, risulta basata sulla presenza centrale dell'imponente e solenne figura del doge, padre del condannato, cui si contrappone, per atteggiamento, quella del figlio supplicante.

Alle due cupe e tragiche figure della moglie di Jacopo e della vecchia madre, isolate sulla sinistra, si alterna quella "elegiaca", ma ancora più patetica dei bambini. Infine, in secondo piano, il gruppo dei persecutori tra i quali "grandeggia la figura del nemico della loro famiglia, dell'implacabile Loredano, e rassembra una creazione del Tintoretto. — Il suo volto è barbaramente tranquillo, e né per l'allegrezza della vendetta si tradisce ne' suoi lineamenti. — Mostra con un dito la galera già pronta a ricevere l'esiliato; e quell'atto freddo e securo mette ribrezzo nel cuore".(recensione del quadro).

Le aspettative di Hayez, che confessò la sua "certezza" di guadagnare anche "la stima dei pittori tedeschi di Vienna", non furono deluse: il dipinto godette, infatti, di una straordinaria ammirazione negli ambienti artistici viennesi, che ne apprezzarono soprattutto l'interpretazione stilistica caratterizzata, nel gioco di tonalità calde e di trasparenti e dorate velature, da quell'impronta neoveneta, già notata dal recensore milanese, che è cifra inconfondibile di questa fase della produzione hayeziana.

L’episodio del Doge, costretto ad accettare la condanna di suo figlio Jacopo, ingiustamente accusato di tradimento è un tema già stato affrontato nel 1821 da Lord Byron nella tragedia I due Foscari che ispirò anche l’omonimo melodramma di Giuseppe Verdi del 1844.

La critica riconobbe prontamente il fascino teatrale della pittura di storia che spesso condivideva i propri soggetti con i melodrammi più popolari. Il processo di immedesimazione del pubblico alle vicende rappresentate sulla tela si realizzava attraverso un’accurata ricostruzione scenica di luoghi, costumi, gesti, ma anche mediante l’inserimento di ritratti dei contemporanei che impersonavano figure storiche.

Nella tela Hayez presta il suo volto opportunamente invecchiato al protagonista, il Doge, che con un gesto drammatico condanna il figlio ad obbedire alla decisione del Consiglio dei Dieci, mentre si appoggia al suo bastone tremante di emozione. Attorno a lui si succedono le reazioni dei personaggi: il dolore silenzioso delle donne; la freddezza del nemico Loredano, in piedi accanto a Jacopo che stende le mani verso il padre; le emozioni diverse dei bambini.


Il commiato di Jacopo dalla famiglia è reso ancor più struggente dall’allusione all’imminente perdita della patria attraverso l’inserto del paesaggio lagunare con le navi pronte a partire, che si intravede dal portico di Palazzo Ducale.
Temi

Il mito di Venezia e il tema della solitudine dei potenti si condensano nell’episodio che Hayez affrontò ripetutamente.


La sensibilità scenica dell’artista e la consonanza della sua pittura con il melodramma verdiano, in particolare, trova un’ulteriore conferma nell’incarico di revisionare i figurini per la messa in scena dei Due Foscari, nel 1858.
Linguaggio

Composizione

La grande tela è strutturata con una sapiente impostazione teatrale: la loggia di Palazzo Ducale funge da palcoscenico con le due quinte costituite dalla parete di sinistra (su cui spiccano i simboli del dogato e il Leone di San Marco) e la successione di colonne sulla destra. Il cielo luminoso fa da fondale scenico, accentuando l’effetto di profondità dato dal contrasto tra le colonne in ombra e il paesaggio in luce.

Ulteriore elemento teatrale è il tendaggio verde alle spalle dei personaggi vero e proprio sipario scenico.

La gestualità – L’eloquenza del gesto

Tutti gli attori vanno a definire una precisa regia teatrale. I personaggi principali si collocano in primo piano verso lo spettatore; nel fondo le comparse. Al centro l’interprete principale (il doge) che rivolge lo sguardo verso destra (la parte del dovere di stato) ma il corpo e diretto verso sinistra (la parte degli affetti familiari).

Isolata è la figura di Jacopo Loredan il suo principale accusatore. È l’antagonista che non ha legami se non con la figura di Jacopo Foscari nel suo volerlo condannare.

Il gesto plateale e lo sguardo di Jacopo Foscari ci conduce verso il padre e quindi alle figure femminili: la madre (Marina Nani), la moglie (Lucrezia Contarini) i figli (due maschi e due femmine).



Colore, linea, luce

La formazione classica di hayez è ben presente nella realizzazione pittorica: il disegno rimane componente fondamentale nella definizione delle forme. La ricerca cromatica evidenzia invece la sua origine veneta da cui attinge la calcolata struttura coloristica. Al rosso della toga di Loredan è accostato il suo complementare verde. Nella calze del ragazzo alle sue spalle viene ripetuto l’accostamento dei complementari arancio-blu.



Il rosso e il bianco creano un tessuto di richiami cromatici che conferiscono unità alla grande tela. Hayez ha ripercorso quindi la grande tradizione della pittura veneziana da Tiziano a Veronese.

La luce direzionale proveniente da destra crea dei sapienti effetti chiaroscurali esaltando la preziosità delle stoffe, culminando nella resa della preziosa veste dorata del doge.


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