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L’arbitro di paolo zucca regia, Soggetto e Sceneggiatura


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L’ARBITRO

di PAOLO ZUCCA




  • Regia, Soggetto e Sceneggiatura:

Paolo Zucca

  • Produttore:

Amedeo Pagani

  • Fotografia:

Patrizio Patrizi

  • Montaggio:

Sarah McTeighe, Walter Fasano

  • Musiche:

Andrea Guerra

  • Interpreti:

Stefano Accorsi, Geppi Cucciari, Francesco Pannofino, Benito Urgu, Jacopo Cullin, Marco Messeri, Alessio Di Clemente, Grégoire Oestermann, Franco Fais, Quirico Manunza, Marco Cadau.

SINOSSI

L’Atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, viene umiliata come ogni anno dal Montecrastu, la squadra guidata da Brai (Alessio di Clemente), arrogante fazendero abituato a vessare i peones dell’Atletico in quanto padrone delle campagne. Il ritorno in paese del giovane emigrato Matzutzi (Jacopo Cullin) rivoluziona gli equilibri del campionato e l’Atletico Pabarile comincia a vincere una partita dopo l’altra, grazie alle prodezze del suo novello fuoriclasse. Le vicende delle due squadre si alternano con l’ascesa professionale di Cruciani (Stefano Accorsi), ambizioso arbitro ai massimi livelli internazionali, nonché con la sottotrama di due cugini calciatori del Montecrastu, coinvolti in una faida legata ai codici arcaici della pastorizia. Matzutzi riesce a fare breccia nel cuore di Miranda (Geppi Cucciari), la figlia dell'allenatore cieco Prospero (Benito Urgu), mentre l'arbitro europeo Cruciani si lascia coinvolgere in una vicenda di corruzione che lo porterà in un attimo dalle stelle alle stalle: viene infatti colto in flagrante ed esiliato per punizione negli inferi della terza categoria sarda.



RECENSIONI

  • CINEBLOG di ANTONIO MARIA ABATE

Calcio come sport. Calcio come passione. Calcio come esercizio alla vita. Non bastasse la citazione di Albert Camus in apertura, L’arbitro di Paolo Zucca non prende affatto le distanze da simili considerazioni, nemmeno alla lunga. Il film del regista esordiente, tuttavia, non anela ad un ritratto anche solo vago di questa così controversa professione: si serve di essa per raccontare qualcosa su di noi, sulla sua Sardegna. O almeno, questa è l’impressione.

Perché in fondo ne L’arbitro non c’è quasi nulla che tende a prendersi sul serio, se non proprio quel ritratto di fondo che, grottescamente agghindato, tratteggia realtà su cui probabilmente non si vuole ridere poi molto. Una commedia, dunque, di quelle che non disdegnano personaggi ed episodi sopra le righe, come può esserlo ad esempio uno sbruffone di paese che entra nel bar dei “rivali” direttamente in sella al proprio cavallo.

Protagonista uno Stefano Accorsi che a conti fatti non ruba la scena a nessuno, sia perché le sue apparizioni davanti alla macchina da presa sono ben dosate, sia perché i cosiddetti comprimari finiscono col reggere il vigore della pellicola tanto quanto. Non a caso la storia segue da un lato gli sviluppi della carriera dell’arbitro Cruciani (Accorsi, per l’appunto), ad un passo dalla vetta professionale nel settore, dall’altro, invece, la spigolosa rivalità di due squadre dell’ultima categoria dilettantistica della Sardegna, quella tra il Montecrastu e l’Atletico Pabarile. Vicende vissute alternativamente, in attesa di quel climax narrativo che funge un po’ da punto di non ritorno, e per gli uni e per gli altri.

Per comprendere l’impronta scavata da Zucca in questo suo primo film, basta già la prima, a suo modo esilarante sequenza: una terna arbitrale si prepara ad entrare il campo prima di una partita che si direbbe importante (o magari no) osservando una liturgia che sa di rito di religioso antico, e dove infatti, per enfatizzare tale mistico carattere, non mancano Crocifissi e Santi Rosari. Un inizio che è tutto un programma, e che appunto si rivela emblematico di un film intero.

Per chi non lo sapesse, L’arbitro è il titolo omonimo di un precedente cortometraggio di Paolo Zucca, qui ampiamente trasposto nella misura in cui è stato possibile. Coloro che l’avessero visto non faticheranno a scorgere certe trovate, come l’agnello in croce, la vecchia che picchia il direttore di gara, o la faida interna alla squadra del Montecrastu. Qui ovviamente il regista sardo ha avuto modo di ampliare tale scenario, dotandolo più che altro di un ampio prologo. Attraverso il film veniamo messi a conoscenza degli eventi che hanno condotto a quella strana ma sentitissima partita tra Pabarile e Montecrastu, nonché di come il principe Cruciani sia finito ad arbitrarla.

Ma come già accennato, sono altri i personaggi a farla da padrone. Su tutti l’allenatore Prospero (Benito Urgu), tecnico non vedente del Pabarile che si presenta al pubblico con una sua intrigante teoria in merito alla definizione, se non addirittura al concetto, di «pallone da calcio». Uno che dice sempre (o quasi) la cosa sbagliata al momento giusto, e per cui quindi non si può fare a meno di simpatizzare. Sarà lui a chiudere tutto. Notevole, perché in linea col carattere bizzarro e stralunato del film, anche il personaggio di Matzutzi (Jacopo Cullin), il cui profilo è già a priori un ribaltamento del concetto di straniero in ambito calcistico: nato da quelle parti, ad un certo punto il padre Sventura (immancabile soprannome dei piccoli centri) porta lui e la sua famiglia in Argentina per far soldi, chiaramente non riuscendoci. Tornato in Italia, quel che resta all’anacronistico Matzutzi è un taglio da pornodivo anni ‘70 e l’accento ispanico da sudamericano. Si dà il caso, però, che sappia anche giocare bene a pallone, quindi risorsa provvidenziale per un Pabarile a secco di punti fino all’ultima giornata.

Altra componente di rilievo è la figlia di Prospero, Miranda (Geppi Cucciari), alla quale vengono affidate non troppe battute ma tutte riuscite. Chi però a questo punto ipotizzasse una fotografia di certa parte dell’entroterra sardo dovrà ricredersi. Poiché tutto è funzionale a quel match che di fatto chiude le danze, l’approfondimento di quella che potremmo definire la “vita di paese”, nella migliore delle ipotesi, si percepisce e basta più; d’altronde non è un ennesimo Amarcord quello a cui evidentemente tendevano Zucca e la collega sceneggiatrice Barbara Alberti.

Nondimeno l’affresco è impietoso, sopra le righe. Sembra di stare assistendo a due momenti storici, tale è la forbice tra il mondo dell’arbitro Cruciani e quello delle due sgangherate squadrette di provincia. Già solo le divise ci parlano di un contesto che si è fermato a cinquant’anni fa, con quelle classiche casacche che non si vedevano dai tempi di Rivera e Mazzola. Ma poi la vecchia di nero vestita, costantemente velata come si usava un tempo per indicare l’amaro ed irrimediabile lutto del marito; il sacerdote con i paramenti che la Chiesa “rinnovata” del post-concilio ha pensato bene di riporre in polverosi cassetti per non più aprirli; contadini e bracconieri che sembrano usciti da una di quelle foto che risalgono ai tempi della lotta per i latifondi. A tutto ciò fa il paio la freschezza della classe arbitrale nostrana, che in un assolato campo da calcio si produce in un coreografico allenamento, argutamente canzonatorio, per poi discutere di “cose serie” all’interno di una piscina da terme vere e proprie. Dalle stelle alle stalle insomma… letteralmente.

Ciò detto, L’arbitro è un’opera interessante, che intrattiene, ed anche fatta con criterio rispetto a quanto siamo soliti assistere in giro dalle nostre parti. Non vorremmo battere ancora una volta sul dente che duole, ma in fondo stavolta la critica giova a mettere in evidenza la resa del film in esame - anche se in maniera appena un po’ perversa, lo concediamo. Dietro la scorza oltremodo bizzarra de L’arbitro, si cela l’immancabile trasposizione di una realtà che, stringi stringi, non è poi tanto differente da quella proposta. Stavolta, però, filtrata in maniera spassosa, raramente banale, sulla falsa riga di un Sorrentino, al quale Zucca si accoda senza nemmeno nasconderlo troppo. Non solo i personaggi, come già ravvisato, ma certi movimenti di camera ed uscite estemporanee ricordano il cinema dell’affermato regista partenopeo ne L’arbitro. Non è tutto lì, ci mancherebbe, ma per dare una vaga idea ci può anche stare.



  • Di Giovanni Olli La Nuova Sardegna

Dopo la presentazione alle Giornate degli autori, in apertura della Mostra internazionale del cinema di Venezia, “L’arbitro” di Paolo Zucca si confronta con il gradimento del pubblico. Da giovedì 12 è in programmazione su tutto il territorio nazionale e, ovviamente, nelle sale della Sardegna.

Il regista e una parte della “troupe” (Benito Urgu, Jacopo Cullin, Geppi Cucciari) ne hanno accompagnato, in diverse sale, le prime proiezioni, in un clima di divertente kermesse surreale che ha anticipato i diversi intrecci della pellicola. Punto di partenza di questi intrecci è la caduta rovinosa dell’arbitro Cruciani, un buon Stefano Accorsi, che sogna di arrivare alla finale di Champions League ma, accusato di corruzione, finisce nei campetti di terra dell’oristanese a dirigere disastrate squadre locali. La sua parabola incrocia – ma solo nel finale – altri tre frammenti narrativi: la rivalità calcistica tra il Pabarile e il Montecrastu (nomi inventati, naturalmente, che corrispondono a tre paesi dell’alto oristanese: Bonarcado, Milis e Seneghe, le cui popolazioni sono state arruolate in blocco dal regista); la storia d’amore tra il calciatore Matzutzi (Jacopo Cullin), di ritorno dall’Argentina, e la sua vecchia fiamma Miranda (Geppi Cucciari); infine una sorta di faida tra due calciatori del Montecrastu, che regolano i loro conti nella partita finale.

Come in Patagonia

Ispirato, secondo le dichiarazioni del regista, a Osvaldo Soriano e alle sue belle storie calcistiche ambientate in altre periferie lontane – ad esempio la Patagonia di “Il rigore più lungo del mondo” – il film “usa” il calcio come metafora di un perenne conflitto tra antropologia dell’isolamento ed esaltazione della modernità spettacolare.

A questo punto è necessaria una digressione: nel 2009 il trentaseienne Paolo Zucca vinse Il David di Donatello per il miglior cortometraggio. Il titolo di quel lavoro era appunto “L’arbitro”. Il regista, diplomato alla Nuct (Nuova Università di cinema e televisione), aveva frequentato un corso per giovani sceneggiatori selezionati dalla Rai. Dopo qualche sceneggiatura per il piccolo schermo – “Gli angeli di Borsellino” – e diversi e creativi spot pubblicitari, premiati in numerosi festival (si possono vedere sul sito dell’autore e sono piuttosto belli), era riuscito a realizzare un lavoro interamente suo, attraverso il concorso Avisa dell’Isre nuorese e un contributo ministeriale. Il corto si concentrava quasi interamente nell’interminabile partita di calcio, incorniciata dagli indizi di altri avvenimenti: una faida, appunto, e la corruzione dell’arbitro. La partita fatale, chiusa tra il riferimento a Soriano e l’esplosione di una violenza atavica, è invece il punto di arrivo del nuovo film, girato anch’esso in un bianco e nero volutamente polveroso, grigio come i campi di calcio di periferia, quasi a sottolineare una sorta di ambientazione senza tempo: l’universalità dell’apologo si salda ad una bella e sarcastica esplorazione di luoghi, personaggi, modi di esprimersi dialettali, violenze dirette e indirette (il boss del Mo. ntecrastu è un personaggio che sta a metà strada tra il mafioso siciliano e il feudatario spagnolesco), furbizie e, appunto, faide. Zucca ha riscritto il cortometraggio dopo aver sospeso momentaneamente un’altra impresa: la trasposizione del romanzo di Barbara Alberti “Il vangelo secondo Maria”. La scrittrice, in attesa di proseguire quel lavoro – Zucca si dichiara ottimista sulla possibilità di arrivare sul set – ha però sceneggiato, assieme al regista, il nuovo film, chiaramente impostato non più sull’estrema concentrazione scenica ma piuttosto su una virtuale continuità narrativa tra i diversi spunti tematici.

Bar e cimiteri

Purtroppo bisogna anche dire la dilatazione degli accadimenti non giova al risultato finale. Si direbbe anzi che la somma delle belle trovate sceniche che costellano la pellicola non arrivi ad un risultato unitario dello stesso livello. Era già accaduto con i lungometraggi di Ciprì e Maresco, straordinari orchestratori del surreale teatrino televisivo di “Cinico tv” – certamente un modello per il cinema di Paolo Zucca – e, successivamente, incerti narratori di lungometraggi. Il film resta così frantumato nei tanti rivoli che si giustappongono all’interno della narrazione. E soprattutto, uno di questi, quello che riguarda l’arbitro Cruciani, è talmente distante dall’ambientazione principale da ipotizzare una sorta di banale comparazione: tutto il mondo è paese.

Così, progressivamente, lo spettatore viene assorbito da questa ambientazione (e dalle sue belle invenzioni: cimiteri contigui ai campi di calcio, dialoghi surreali sul “non vedere” e “non sentire” mai nulla di compromettente, cavalieri western che entrano nei bar sfoggiando la loro prepotenza, allenatori ciechi, birra a fiumi consumata prima, durante e dopo la partita dagli stessi calciatori) quasi s’infastidisce quando ricompare in scena Stefano Accorsi alle prese con i suoi intrighi e le caricaturali danze preparatorie.

Skakespeare e Fellini

Resta da dire che il film di Paolo Zucca ha uno sfoggio di erudizione encomiabile, ma intellettualistica. L’allenatore cieco (impersonato da Benito Urgu) si chiama Prospero e la figlia Miranda: sono in attesa, da sempre, di una vendetta e di un amore, come in “La tempesta”, uno dei testi più noti di William Shakespeare. Se poi dai classici della letteratura mondiale passiamo alla “cinefilia”, si sprecano gli omaggi a Emir Kusturica (la partita di calcio come occasione di guerra), Luis Bunuel (c’è un’ “Ultima cena” ripresa da “Viridiana”), Federico Fellini (“Amarcord”), e persino Michelangelo Antonioni: il rigore senza palla (“Blow-Up”) che, finalmente, Prospero realizza almeno uditivamente. Ma, come suggeriva con molta saggezza Romolo Valli a Bernardo Bertolucci, troppi omaggi finiscono per essere plagi.



  • Una ballata del culto futbolista” di Valerio Caprara Il Mattino

Intrigante lo spunto e insolito il taglio, si può subito dire a proposito di «L'arbitro» scelto per la preapertura delle Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia. Sfidando la tradizionale sfortuna toccata in generale, ma soprattutto in Italia ai film che hanno osato prendere di petto il culto futbolista, il quarantunenne Paolo Zucca (che aveva già vinto il David di Donatello con l'omonimo corto di cui quest'opera prima rappresenta il potenziamento) ambienta infatti nei più remoti e malandati campetti della natia Sardegna una sorta di musical surreal-grottesco attraversato dagli spasmi di una calciopoli, al contrario, a suo modo verosimile.


  • Ironico e surreale "L'arbitro" di Paolo Zucca prima sorpresa“ di Andrea Martini Quotidiano Nazionale

Il calcio sullo schermo è sempre una scommessa. Se è metafora della guerra, suona falso, anche se vi recita Pelè ("Fuga dalla vittoria"), se è pretesto per la commedia è debole ("Borgorosso" fu uno dei peggior Sordi). Molto meglio buttarla in farsa ma con Banfi allenatore sarebbe stato un tempo davvero difficile arrivare alla Mostra. Che invece è stata "preinaugurata" ieri sera in Sala Grande da "L'arbitro", opera prima presentata dalle Giornate degli autori. Intendiamoci, della parodia il film dietto da Paolo Zucca (che l'ha scritto con Barbara Alberti di cui si sente l'agile penna) non ha che la trama: l'Atletico Pabarile, la peggior squadra della terza categoria sarda, infila una sconfitta dietro l'altra, fino a che non torna dell'Argentina un oriundo del paese che a suon di gol rovescia la mala sorte.




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