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La bufera e altro


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Eugenio Montale
La bufera e altro
1940-1954


  1. [Lettera a Glauco Cambon]

  2. La bufera

  3. Iride

  4. La primavera hitleriana

  5. [Clizia, una citazione letteraria in due mosse]

  6. Voce giunta con le folaghe

  7. L’ombra della magnolia

  8. L’anguilla

  9. Piccolo testamento

  10. Il sogno del prigioniero



Nella raccolta La bufera e altro molte poesie sono rivolte a una figura femminile, chiamata Iride in un testo e Clizia in altri due, trasfigurazione mitica di una donna reale conosciuta da Montale a Firenze tra il 1933 e il 1938, Irma Brandeis, ebrea americana, studiosa di Dante e costretta a ritornare negli Stati Uniti in seguito alle leggi razziali del governo fascista. L’autore stesso dà interessanti ragguagli sulla genesi, le intenzioni e il significato di alcune sue poesie comprese nella Bufera, in una lettera scritta al critico Glauco Cambon il 16 ottobre 1961.

Milano, 16 ottobre 1961


Caro Glauco,

nella tua intelligentissima chiosa a Giorno e Notte pubblicata da «Aut Aut» n. 65 tu hai estratto dalla poesia quelli che in termini musicali sarebbero gli armonici, i suoi complementari; e non importa se qui si tratta di valori piuttosto psicologici che sonori o timbrici. C'è però la possibilità di una spiegazione terra a terra, che io ti propongo e che non contraddice alla tua. La poesia fa parte di un ciclo – Finisterre1 – che porta le date 1940-42, pubblicato a Lugano nel '43. Sfondo di tutto il cielo è la guerra, vissuta stando a Firenze (vivo a Milano solo dal '48). Sarebbe difficile vedere pioppi da una veranda milanese; forse non è possibile nemmeno a Firenze. Comunque a Firenze la natura invade la città come non avviene a Milano, dove non saprei immaginare piazzole con arrotini e pappagalli. Posto che in tutto il breve ciclo il rombo della guerra (intesa come fatto cosmico) è presente, diventano pienamente comprensibili come parte del «basso continuo» i pianti e le grida sulla veranda, non meno che il colpo che arrossa la gola alla visitatrice perigliosa. Ma chi è costei? Certo, in origine, donna reale; ma qui e altrove, anzi dovunque, visiting angel, poco o punto materiale. Non è necessario attribuirle la piuma che vola, quasi si fosse distaccata in anticipo dalle sue ali (sebbene non sia impossibile). Piuma, luccichìo dello specchio e altri segni (in altre poesie) non sono che enigmatici annunzi dell'evento che sta per compiersi: l'istante «privilegiato» (Contini2), spesso la visitazione. E perché la visitatrice annunzia l'alba? Quale alba? Forse l'alba di un possibile riscatto, che può essere tanto la pace quanto una liberazione metafisica. In sé la visitatrice non può tornare in carne ed ossa, ha da tempo cessato di esistere come tale. Forse è morta da tempo, forse morirà altrove in quell'istante. Il suo compito di inconsapevole Cristòfora3 non le consente altro trionfo che non sia l'insuccesso di quaggiù: lontananza, dolore, vaghe fantomatiche riapparizioni (vedi Iride pubblicata nel '43 e inclusa nella seconda edizione di Finisterre, pubblicata dal Barbèra), quel tanto di presenza che sia per chi lo riceve un memento, un'ammonizione. La sua fisionomia è sempre corrucciata, altera, la sua stanchezza è mortale, indomabile il suo coraggio: se angelo è, mantiene tutti gli attributi terrestri, non è ancora riuscita a disincarnarsi (cfr. con Voce giunta con le folaghe, scritta qualche anno dopo). Tuttavia è già fuori, mentre noi siamo dentro. Era dentro anche lei (cfr. Nuove Stanze, nelle Occasioni), ma poi è partita (cfr. La primavera hitleriana) per compiere la sua missione.

Se poi si può vedere in lei un usignolo – e perché non un robin, che ha la gola rossa e che canta all'alba? – io non ci trovo difficoltà; l'importante è che il traslato dal vero al simbolico o viceversa in me avviene sempre inconsapevolmente. Io parto sempre dal vero, non so inventare nulla; ma quando mi metto a scrivere (rapidamente e con poche correzioni) il nucleo poetico ha avuto in me una lunga incubazione: lunga e oscura. Après coup, a cose fatte, conosco le mie intenzioni.

Il dato realistico, però, è sempre presente, sempre vero. Nel caso di Giorno e Notte caserme, ospedali e suoni di trombe (la sveglia, il rancio, la libera uscita ecc.) appartengono al quadro di una città militarizzata. Nulla vieta di vedere in questo il profilo del perenne inferno terrestre.

Non mi resta, caro Glauco, che ringraziarti per tutto quello che fai e che farai nel tuo nuovo Paese a vantaggio della cultura italiana. Ma forse tu ricordi quanto sia antica la mia ammirazione per l'opera tua.
Eugenio Montale

La bufera
Les princes n’ont point d’yeux puor voir ces grand’s merveilles,

Leurs mains ne servent plus qu’à nous persécuter...

(Agrippa D’Aubigné: A Dieu.)4
5La bufera che sgronda sulle foglie

dure della magnolia i lunghi tuoni

marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido

notturno ti sorprendono6, dell'oro

che s'è spento sui mogani, sul taglio

dei libri rilegati, brucia ancora

una grana di zucchero nel guscio

delle tue palpebre7)


il lampo che candisce8

alberi e muri e li sorprende in quella

eternità d'istante – marmo manna

e distruzione – ch'entro te scolpita

porti per tua condanna9 e che ti lega

più che l'amore a me, strana sorella, -

e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere

dei tamburelli sulla fossa fuia10,

lo scalpicciare del fandango11, e sopra

qualche gesto che annaspa...


Come quando

ti rivolgesti e con la mano, sgombra12

la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio.

Iride13

14Quando di colpo San Martino smotta
le sue braci e le attizza in fondo al cupo

fornello dell'Ontario15,


schiocchi di pigne verdi fra le cenere
o il fumo d'un infuso di papaveri
e il Volto insanguinato del sudario
che mi divide da te16;

questo e poco altro (se poco


è un tuo segno, un ammicco, nella lotta
che mi sospinge in un ossario, spalle
al muro17, dove zàffiri celesti
e palmizi e cicogne su una zampa non chiudono
l'atroce vista18 al povero
Nestoriano smarrito19);

è quanto di te giunge dal naufragio


delle mie genti, delle tue20, or che un fuoco
di gelo21 porta alla memoria il suolo
ch'è tuo e che non vedesti22; e altro rosario
fra le dita non ho, non altra vampa
se non questa, di resina e di bacche,
t'ha investito.

***

Cuore d'altri non è simile al tuo
la lince non somiglia al bel soriano
che apposta l'uccello mosca sull'alloro23;
ma li credi tu eguali se t'avventuri
fuor dell'ombra del sicomoro24
o è forse quella maschera sul drappo bianco,
quell'effige di porpora che t'ha guidata?25

Perché l'opera tua (che della Sua


è una forma) fiorisse in altre luci
Iri del Canaan ti dileguasti26
in quel nimbo di vischi e pungitopi27
che il tuo cuore conduce
nella notte del mondo, oltre il miraggio
dei fiori del deserto, tuoi germani.

28Se appari, qui mi riporti, sotto la pergola
di viti spoglie, accanto all'imbarcadero
del nostro fiume - e il burchio non torna indietro,
il sole di San Martino si stempera, nero29.
ma se ritorni non sei tu, è mutata
la tua storia terrena30, non attendi
al traghetto la prua,

non hai sguardi, né ieri né domani;



perché l'opera Sua (che nella tua
si trasforma) dev'esser continuata 31.

In un articolo intitolato Intervista immaginaria, pubblicato sulla Rassegna d’Italia (gennaio 1946) sulle intenzioni della propria poesia, Montale scrive:


"Il libriccino (Finisterre 1943), con quell'epigrafe di D'Aubigné, che flagella i prìncipi sanguinarii, era impubblicabile in Italia, nel '43. Lo stampai perciò in Svizzera e uscì poco prima del 25 luglio. Nella recente ristampa contiene alcune poesie 'divaganti', In chiave, terribilmente in chiave, tra quelle aggiunte, c'è Iride, nella quale la sfinge delle Nuove stanze, che aveva lasciato l'oriente per illuminare i ghiacci e le brume del nord, torna a noi come continuatrice e simbolo dell'eterno sacrificio cristiano. Paga lei per tutti, sconta per tutti. E chi la conosce è il Nestoriano, l'uomo che meglio conosce le affinità che legano Dio alle creature incarnate, non già lo sciocco spiritualista o il rigido e astratto monofisita. Ho sognato due volte e ritrascritto questa poesia: come potevo farla più chiara correggendola e interpretandola arbitrariamente io stesso? Essa mi sembra la sola che meriti gli appunti di obscurisme mossimi di recente da Sinisgalli; ma anche così non mi pare da buttarsi via".


La primavera hitleriana32

Né quella ch'a veder lo sol si gira....
(Dante (?) a Giovanni Quirini)

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite


turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette33,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede34; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai35.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale36


tra un alalà37 di scherani, un golfo mistico38 acceso
e pavesato di croci a uncino39 l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi40,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s'è tramutata in un sozzo trescone d'ali schiantate,
di larve sulle golene41, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole42.

Tutto per nulla, dunque? – e le candele


romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell'orda (ma una gemma rigò l'aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell'avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani – tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio...43
Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte!44 Guarda ancora
in alto, Clizia45, è la tua sorte46, tu
che il non mutato amor mutata serbi47,
fino a che il cieco sole che in te porti48
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti49. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince50
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio51, ai greti arsi del sud...


Clizia, una citazione letteraria in due mosse.
Ma chi è Clizia? Da dove prende Montale questo nome? Che cosa sottintende questo senhal?

Il mito di Clizia è narrato innanzitutto dal poeta latino Ovidio (43 a.C – 18 d.C.)) in quella sorta di enciclopedia del mito che è Le metamorfosi (libro IV). Ma Montale nomina esplicitamente come sua fonte diretta un sonetto medievale attribuito a Dante, che riprende il mito ovidiano della donna amante del Sole trasformata in girasole.

Puoi leggere qui di seguito entrambe le fonti.

Publio Ovidio Nasone, Le metamorfosi IV, 205-286
Venere esige una pena memorabile per la delazione,

e umiliò con un amore identico chi aveva umiliato

i suoi amori segreti. Ora, o figlio di Iperione52, che vale

la tua bellezza, il tuo colore e la luce che irradi?

Sì, tu che bruci dovunque la terra col tuo fuoco,

bruci di un fuoco inaudito; tu che dovresti seguire ogni cosa,

non fai che ammirare Leucòtoe e solo su quella vergine figgi

lo sguardo che devi al mondo. Ora sorgi più presto in cielo

a oriente, ora cali più tardi nel mare,

e indugiando ad ammirarla prolunghi le ore dell'inverno;

a volte ti fai pallido e il languore della mente si comunica

alla luce, sgomentando con l'oscurità il cuore dei mortali.

E non è che impallidisci perché, avvicinandosi alla terra,

la sagoma della luna t'intralci: è questo amore a farti tale.

Non ami che lei: più non ti avvince Clìmene o Rodo,

la bellissima madre di Circe nell'isola di Eea

o Clizia che, sebbene disprezzata, sognava d'unirsi a te

e che proprio in quel tempo ne soffriva in modo atroce.

Su molte donne ha steso il velo dell'oblio Leucòtoe,

lei nata da Eurìnome, la più bella che esistesse

nel paese degli aromi; ma una volta cresciuta, quella figlia,

di quanto la madre superava tutte, la superò in bellezza.

Orcamo, il padre, regnava sulle città degli Achemènidi

e per nascita è ritenuto settimo dopo l'antico Belo.

Sotto il cielo d'Esperia sono i pascoli dei cavalli del Sole53:

ambrosia, non erba vi trovano, e nutrono con questa le membra

stanche del lavoro diurno, temprandole alle fatiche.

Ora, venuto il turno della notte, mentre i destrieri brucavano

laggiù la divina pastura, il dio, preso l'aspetto della madre

Eurìnome, entra nella dimora dell'amata

e in piena luce, tra dodici ancelle, gli appare Leucòtoe,

che girando il fuso ne trae fili sottili.

Così, dopo averla baciata come madre una figlia diletta:

"È un segreto," dice, "uscite ancelle: una madre

ha pure il diritto di parlare in segreto".

Ubbidiscono, e quando il luogo fu privo di testimoni, il dio:

"Io sono colui", comincia, "che misura la lunghezza dell'anno,

colui che tutto vede e grazie al quale la terra vede le cose,

l'occhio del mondo: credimi, mi piaci!". Lei tremante di paura

allenta le dita lasciando cadere conocchia e fuso.

Ma persino il timore le donava. Senza più indugiare il dio

riprese il suo aspetto e lo splendore consueto;

e la vergine, benché atterrita da quella visione inattesa,

vinta dal fulgore del dio, subì la violenza senza un lamento.

S'ingelosisce Clizia (il suo amore per il Sole

era sfrenato) e in un accesso d'ira contro la rivale

divulga la tresca, rivelandola con infamia

al padre. Furibondo e pieno di collera, malgrado Leucòtoe

lo scongiurasse e, tendendo le mani verso la luce del Sole,

dicesse: "Mi ha violentato, io non volevo!", lui allora

la seppellì in una fossa, coprendone il tumulo di macigni.

Con i suoi raggi lo perforò il figlio di Iperione, offrendoti

una via che ti permettesse di estrarre il volto sepolto;

ma tu ormai, ninfa, più in grado non eri di sollevare il capo

schiacciato dal peso della terra e giacevi, corpo senza vita.

Dopo il rogo di Fetonte54, si dice che niente di più straziante

dovette vedere l'auriga dei cavalli alati.

Lui, è vero, cerca col potere dei suoi raggi, se gli è possibile,

di richiamare al calore della vita quelle gelide membra,

ma poiché il fato si oppone a tutti i suoi sforzi,

cosparge di nettare profumato corpo e sepoltura,

mormorando fra un mare di lamenti: "Almeno salirai al cielo".

E improvvisamente il corpo impregnato di quel nettare divino

si sciolse e del proprio aroma intrise la terra;

a poco a poco allora un virgulto d'incenso, allungando nel suolo

le radici, si erse e ruppe il tumulo con la cima.

E a Clizia, benché l'amore potesse giustificarne l'angoscia

e l'angoscia la delazione, mai più volle avvicinarsi

il signore della luce e godersi con lei piaceri d'amore.

Da allora, travolta dalla follia della sua passione, la ninfa,

incapace di arrendersi, si strugge e notte e giorno sotto il cielo

giace sulla nuda terra a capo nudo coi capelli scomposti.

Per nove giorni, senza toccar acqua o cibo,

interrompe il digiuno solo con rugiada e lacrime;

non si muove da terra: non faceva che fissare nel suo corso

il volto del nume, seguendolo con gli occhi.

Si dice che il suo corpo aderisse al suolo e che un livido pallore

trasformasse parte del suo incarnato in quello esangue dell'erba;

un'altra parte è rossa e un fiore simile alla viola le ricopre

il volto. Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge

lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore.

Dante Alighieri, Rime dubbie (LXXIV)
A Giovanni Quirini
Nulla mi parve mai più crudel cosa
Di lei per cui servir la vita lago,
Ché 'l suo desio nel congelato lago,
Ed in foco d'amore il mio si posa.

Di così dispietata e disdegnosa


La gran bellezza di veder m'appago;
E tanto son del mio tormento vago
Ch'altro piacere a li occhi miei non osa.

Né quella ch'a veder lo sol si gira


E 'l non mutato amor mutata serba,
Ebbe quant'io già mai fortuna acerba.

Dunque, Giannin, quando questa superba


Convegno amar fin che la vita spira,
Alquanto per pietà con me sospira.


Voce giunta con le folaghe

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell'alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull'onde alte.

L'ombra che mi accompagna


alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un'erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti e i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l'ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l'attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.

L'ombra fidata e il muto che risorge,


quella che scorporò l'interno fuoco
e colui che lunghi anni d'oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo: l'una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sè,
ma l'altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

- Ho pensato per te, ho ricordato


per tutti. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l'ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le fòlaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sè... –


Il vento del giorno
confonde l'ombra viva e l'altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch'è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...

L’ombra della magnolia55
L’ombra della magnolia giapponese
si sfoltisce or che i bocci paonazzi
sono caduti56.Vibra intermittente
in vetta una cicala. Non è più
il tempo dell’unìsono vocale57,
Clizia, il tempo del nume illimitato
che divora e rinsangua i suoi fedeli58.
Spendersi era più facile, morire
al primo batter d’ale, al primo incontro
col nemico, un trastullo59. Comincia ora
la via più dura: ma non te consunta
dal sole e radicata, e pure morbida

cesena che sorvoli alta le fredde

banchine del tuo fiume, – non te fragile

fuggitiva cui zenit nadir cancro

capricorno rimasero indistinti

perché la guerra fosse in te e in chi adora

su te le stimme del tuo Sposo, flette

il brivido del gelo...60 Gli altri arretrano

e piegano. La lima che sottile

incide tacerà, la vuota scorza

di chi cantava sarà presto polvere

di vetro sotto i piedi61, l’ombra è livida. –

è l’autunno, è l’inverno, è l’oltrecielo62

che ti conduce e in cui mi getto, cèfalo

saltato in secco al novilunio.

Addio.


L'Anguilla
L'anguilla, la sirena

dei mari freddi che lascia il Baltico

per giungere ai nostri mari,

ai nostri estuari, ai fiumi

che risale in profondo, sotto la piena avversa,

di ramo in ramo e poi

di capello in capello, assottigliati,

sempre più addentro, sempre più nel cuore

del macigno, filtrando

tra gorielli di melma finché un giorno

una luce scoccata dai castagni

ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta,

nei fossi che declinano

dai balzi d'Appennino alla Romagna;

l'anguilla, torcia, frusta,

freccia d'Amore in terra

che solo i nostri botri o i disseccati

ruscelli pirenaici riconducono

a paradisi di fecondazione;

l'anima verde che cerca

vita là dove solo

morde l'arsura e la desolazione,

la scintilla che dice

tutto comincia quando tutto pare

incarbonirsi, bronco seppellito;

l'iride breve, gemella

di quella che incastonano i tuoi cigli

e fai brillare intatta in mezzo ai figli

dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu

non crederla sorella?



Piccolo testamento63
Questo che a notte balugina

nella calotta del mio pensiero,

traccia madreperlacea di lumaca

o smeriglio di vetro calpestato,

non è lume di chiesa o d’officina

che alimenti

chierico rosso, o nero64.

Solo quest’iride posso

lasciarti a testimonianza

d’una fede che fu combattuta,

d’una speranza che bruciò più lenta

di un duro ceppo nel focolare.

Conservane la cipria65 nello specchietto

quando spenta ogni lampada66

la sardana si farà infernale

e un ombroso Lucifero67 scenderà su una prora

del Tamigi, dell’Hudson, della Senna68

scuotendo l’ali di bitume semi-

mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.

Non è un’eredità, un portafortuna

che può reggere all’urto dei monsoni69

sul fil di ragno della memoria,

ma una storia non dura che nella cenere

e persistenza è solo l’estinzione70.

Giusto era il segno71: chi l’ha ravvisato

non può fallire nel ritrovarti.

Ognuno riconosce i suoi72: l’orgoglio

non era fuga, l’umiltà non era

vile, il tenue bagliore strofinato

laggiù non era quello di un fiammifero.



Il sogno del prigioniero73
Albe e notti qui74 variano per pochi segni.

Il zigzag degli storni sui battifredi75


nei giorni di battaglia, mie sole ali,
un filo d'aria polare,
l'occhio del capoguardia dello spioncino,
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolio dalle cave, girarrosti
veri o supposti76 – ma la paglia è oro,
la lanterna vinosa è focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

La purga77 dura da sempre, senza un perché.


Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d'oche ;
che chi obiurga78 se stesso, ma tradisce
e vende carne d'altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel pâté
destinato agl'Iddii pestilenziali79.

Tardo di mente, piagato


dal pungente giaciglio mi sono fuso
col volo della tarma che la mia suola
sfarina sull'impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci
sciorinate all'aurora dai torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio
dei buccellati80 dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli
e petali sui tralicci delle inferriate,
mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo è il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi,


e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito81. L'attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito.


1 Finisterre diventò più tardi la prima sezione, composta da 15 poesie, della Bifera e altro.

2 Contini: Gianfranco Contini è uno dei maggiori critici letterari italiani del ‘900. Montale lo cita tra parentesi, perché a lui, evidentemente, appartiene l’espressione usata immediatamente prima.

3 Cristòfora: portatrice di Cristo.

4 “I principi non hanno occhi per vedere queste grandi meraviglie, / Le loro mani non servono più ad altro che a perseguitarci...”. Il verso è tratto dalla poesia A Dio di Théodore Agrippa D’Aubigné (1552-1630), nobile francese, politico, militare e poeta, di fede calvinista, vissuto nel periodo più caldo delle guerre di religione. La citazione fu posta in epigrafe all’edizione di Finisterre (la prima sezione della Bufera) pubblicata a Lugano nel 1943; le parole dell’ugonotto seicentesco vanno riferite al clima di persecuzione che pervade l’Europa sotto il dominio nazista.

5 La poesia è costruita in due periodi. Il primo, molto lungo, copre per intero le prime tre strofe (19 versi). Secondo un procedimento che si incontra spesso in tutta l’opera di Montale, consiste in un’accumulazione nominale, cioè una serie di soggetti, che possono essere seguiti da vaste espansioni, priva del verbo reggente. In questo caso, la serie nominale è formata da La bufera... (vv. 1-3), il lampo... (vv. 10-15), lo schianto, i sistri, il fremere (vv. 16-17), lo scalpicciare (v. 18), qualche gesto (v. 19). Il periodo si chiude con i puntini di sospensione che segnalano la sintassi incompiuta. L’intero elenco di sostantivi manifesta i sintomi del tempo burrascoso che si scatena; la bufera meteorologica diviene sempre più evidentemente tragedia storica e umana. La seconda strofa, racchiusa tra parentesi, ha una sintassi propria e compiuta; come la costruzione grammaticale, anche il significato contrasta con le altre due strofe: troviamo qui un interno di casa borghese, dove una cultura raffinata e antica oppone resistenza al vento di distruzione che soffia fuori.

6 i suoni di cristallo... ti sorprendono: il tu cui si rivolge il poeta è Clizia, mito poetico costruito sulla persona reale di Irma Brandais, ebrea americana, conosciuta a Firenze e ritornata nel suo paese nel ‘38 in seguito alle leggi razziali fasciste. I suoni di cristallo – il rumore della grandine che somiglia a vetri infranti, forse un’allusione alla “notte dei cristalli” con cui iniziò la persecuzione attiva degli ebrei in Germania – sono ciò che giunge delle vicende esterne nel nido notturno di Clizia.

7 dell’oro... tue palpebre: dentro ai tuoi occhi (nella tua mente) ancora riluce ed emana calore con dolcezza qualche ricordo delle dorature dei mobili di mogano e del taglio dei tuoi libri preziosi.

8 candisce: sbianca, illumina di luce violenta e bianca.

9 li sorprende... tua condanna: i versi sono di difficile interpretazione. Il punto di partenza è il lampo che mostra per un attimo, in una luce bianca e abbagliante, alberi e muri. Il lampo immobilizza e rende eterna l’immagine, pur per la durata di un istante. Questa immagine istantanea che però persiste per una durata eterna, Clizia la porta scolpita dentro di sé per sua condanna, ed è spiegata con – o per lo meno associata a – tre sostantivi: marmo, manna e distruzione. L’ossimoro eternità d’istante fa pensare che il lampo (sintomo, come la bufera, lo schianto rude ecc. della tempesta bellica) riveli nell’istante ciò che è vero per sempre. Il tema dell’eternità è ripreso da marmo e da entro te scolpita (femminile, dunque riferito a eternità). La verità eterna che Clizia porta scolpita come nel marmo dentro di sé comporta inoltre la sua condanna. La parola manna (il “pane dal cielo”, dolce, leggero e rapidamente deperibile che Dio diede agli ebrei nel deserto per i quarant’anni dell’esodo) contrasta con marmo, ma orienta l’interpretazione verso l’ambito della cultura biblica e perciò ebraica. Clizia, come sappiamo, è il nome che nasconde l’ebrea americana Irma Bradeis, e la bufera che comincia a sgrondare sull’Europa ha precisi connotati antigiudaici. Sembra, a questo punto, di potere tirare le fila per una lettura forse non esauriente, ma ragionevolmente indicativa dei versi: la tempesta nazista ha illuminato in un lampo e portato all’evidenza in un istante ciò che era profondamente scolpito nella coscienza e nella storia a cui Clizia appartiene, quella del popolo ebraico; tale appartenenza comporta la persecuzione e la condanna alla fuga dall’Italia fascista. L’identità ebraica è dura e resistente al tempo come il marmo, fragile e affidata al volere divino come la manna, oggetto di continua e feroce distruzione.

10 fossa fuia: fossa oscura; espressione letteraria che riecheggia D’Annunzio e Dante.

11 fandango: vivace danza andalusa, ballata con frequente battito dei piedi e accompagnamento di chitarre, nacchere e tamburelli. Come spesso in Montale, le danze popolari di ritmo veloce sono simboli di caos e violenza.

12 sgombra...: dopo aver sgombrato...

13 Prima poesia della sezione intitolata Silvae, Iride fu composta tra il 1943 e il 1944. In una nota, Montale informa che Iride è il personaggio femminile già presente nei Mottetti e in altre poesie delle Occasioni, poi anche in molte delle poesie della Bufera, anche col nome di Clizia. Anni più tardi, Montale ha rivelato l’identità della donna nascosta sotto i nomi di Iride e Clizia: si tratta di Irma Brandeis (New York, 1905-1985), ebrea americana studiosa di Dante, che soggiornò in Italia tra il 1933 e il 1938.

14 Conviene avere chiara la struttura sintattica del lungo periodo che copre per intero le prime tre strofe: Quando di colpo San Martino... (cioè, a metà autunno: San Martino è l’11 novembre), questo e poco altro ... (i ricordi menzionati nella prima strofa) è quanto di te giunge dal naufragio...

15 Quando... Ontario: quando san Martino fa crollare le sue braci e le ravviva in fondo al cupo fornello del lago Ontario: le luci rosse del tramonto di metà novembre si riflettono nelle acque profonde del lago Ontario, negli Stati Uniti, dove Iride si trova.

16 schiocchi... da te: le pigne che scoppiettano nel camino, il fumo di una tisana per dormire e l’immagine della Veronica (il telo su cui è impresso il volto insanguinato di Cristo), sono i ricordi che, insieme a poco altro, giunge alla memoria del poeta dalla donna lontana. Secondo la leggenda, alcune donne discepole di Gesù gli avrebbero asciugato il volto mentre egli saliva verso il Golgota e sul telo sarebbe rimasta l’effige di Cristo. Il Volto insanguinato nello stesso tempo giunge al poeta da Iride e lo divide da lei, in quanto la donna è vista dal poeta come figura salvifica, immagine di Cristo, mediatrice del divino, ma nello stesso tempo ella è ebrea e non cristiana.

17 se poco... al muro: se si può dire poco anche solo un tuo segno, un gesto di riconoscimento nella lotta che mi spinge impotente (spalle al muro) verso la comune distruzione (ossario). Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale e nella fase più tragica per l’Italia: tutto il mondo pare al poeta un immenso cimitero.

18 dove zàffiri... atroce vista: le rappresentazioni di un paradiso futuro (cielo azzurro e puro come zàffiro, oasi di palme, cicogne in riposo sono immagini dell’eden) non possono distogliere dalla visione atroce del massacro generale (ossario) verso cui il mondo sta precipitando.

19 povero Nestoriano smarrito: il poeta si definisce povero Nestoriano smarrito, cioè seguace dell’eresia di Nestorio (381-451, patriarca di Costantinopoli, la cui dottrina fu condannata dal Concilio di Efeso nel 431), il quale distingueva in Gesù due persone, una umana e una divina. Al di là dall’esattezza storica del riferimento alla dottrina dell’antico teologo, probabilmente Montale, dicendosi “nestoriano”, vuole significare la difficoltà dell’incontro tra l’umano e il divino, la distanza che li separa anche nel punto di massima prossimità (Cristo), intende dire che riesce a riconoscere solo l’umanità pienamente incarnata di Cristo, riesce a credere solo a un Dio che soffre insieme all’uomo senza essere capace di salvarlo. A fronte di questa cristologia imperfetta (“nestoriana”, appunto, scissa dal divino) sta l’ammicco di Iride, segno salvifico, che viene da un oltremondo già raggiunto, come si vedrà nella seconda parte della poesia.

20 è quanto... delle tue: questo e poco altro sono i segni superstiti che giungono di te dal naufragio delle mie genti (l’Europa cristiana) e delle tue (il popolo ebreo).

21 fuoco di gelo: l’ossimoro traduce il cognome tedesco della donna che fa da sfondo reale a Iride-Clizia, Brand-eis.

22 il suolo ch’è tuo: la Mittel-Europa popolata da ebrei, o forse la Palestina.

23 la lince... sull’alloro: versi enigmatici, variamente intesi. Pare probabile che si debba vedere nell’uccello mosca un riferimento alla Mosca, soprannome di Drusilla Tanzi, la donna amata e poi sposata da Montale; mentre l’alloro dovrebbe fare riferimento, come in Dora Markus, all’atmosfera familiare e domestica. Poiché Clizia è definita altrove (Nuove stanze, nelle Occasioni) per i suoi occhi d’acciaio, la lince potrebbe essere un’immagine di Clizia stessa. Si può immaginare, inoltre, un rapporto di rivalità sentimentale tra le due donne. Si dovrebbe intendere, dunque: il genere dei tuoi sentimenti è di natura diversa da quello di chiunque altro, la lince-Clizia non assomiglia a un animale da preda che mette in pericolo le relazioni familiari del poeta. Se un tempo Clizia ha suscitato nel poeta un’attrazione amorosa, ora i sentimenti generati dal pensiero di lei sono di tutt’altro genere: allontanandosi fisicamente, Clizia è divenuta un segno spirituale di salvezza.

24 ma tu li credi... sicomoro: ancora versi oscuri. Ciò che Clizia crede uguali dovrebbero essere la lince e il bel soriano. Il sicomoro è un albero da frutto simile al fico, molto comune in Palestina; Montale commenta più volte il brano evangelico (Lc 19,1-10) in cui il pubblicano Zaccheo sale su un sicomoro per poter vedere meglio Gesù che passa. L’ombra del sicomoro pare dunque un’allusione alla ricerca religiosa. Insomma, i versi potrebbero voler dire che, fuori da una dimensione spirituale (se t’avventuri / fuori dell’ombra del sicomoro) non si può comprendere la trasformazione di Clizia, da donna terrenamente affascinante (bel soriano che apposta...) a salvatrice metafisica (lince); e Clizia stessa forse non si rende ben conto di ciò che è diventata per il poeta (li credi tu eguali...).

25 o è forse... t’ha guidata?: o forse ti ha guidata proprio l’icona della Veronica, l’effige insanguinata (di porpora) del volto di Cristo, stampata sul drappo bianco. L’alternativa (o è forse...?) è posta rispetto all’allontanamento da una prospettiva spirituale ipotizzato nei versi precedenti (se t’avventuri / fuor..). In altre parole, l’incontro con Clizia, il suo allontanamento corporeo e il ritorno in forma spirituale nella mente del poeta, sarebbero (come le vicende di Beatrice per Dante) parti di un disegno in qualche modo provvidenziale.

26 Perché... ti dileguasti: tu, Iride della Palestina, scomparisti dalla vista materiale affinché la tua opera (che è una forma dell’opera di Cristo) si trasfigurasse in una luce diversa.

27 vischi e pungitopi: piante della tradizione natalizia – quindi segni cristiani – che Montale nomina frequentemente.

28 Se appari... ma se ritorni: occorre fare attenzione all’opposizione apparire / ritornare: il primo verbo appartiene alla sfera del ricordo, sotto il dominio dei desideri soggettivi del poeta; il secondo indica l’alterità di Iride, la sua verità distinta dai desideri di chi scrive. Il compito di Iride è ormai oltre l’intimità privata con il poeta.

29 qui mi riporti... nero: se appari (come ricordo puramente individuale) mi riporti ai luoghi del nostro incontro – la pergola, il porticciolo fluviale – ma il burchio (barca: nave che portò Iride in America) non torna indietro e il sole dell’effimera estate di San Martino svanisce e si oscura.

30 Ma se ritorni... terrena: ma il tuo ritorno non è semplicemente la ripresa di una storia terrena interrotta; il ritorno di Iride si pone su un altro piano: la continuazione dell’opera di Cristo, come si vedrà negli ultimi versi.

31 non attendi... continuata: non hai più partenze (non attendi più l’arrivo del traghetto), né sguardi (d’addio, per esempio, o comunque legati alla contingenza del momento), non sei più vincolata a una dimensione temporale, perché deve essere continuata l’opera di Cristo che si trasforma nella tua. Tutta la poesia ha, come si vede, un’indole spiccatamente religiosa e un linguaggio manifestamente cristologico; tuttavia, non si deve esagerare la lettura del testo in senso confessionale. Per collocare correttamente questa poesia e altre della Bufera nel quadro complessivo delle idee di Montale, è utile il brano dell’Intervista immaginaria che si può leggere in coda a Iride come pure quest’altra dichiarazione dell’autore:

“L’ipotesi della grazia non è recente: era già in Casa sul mare ed in Crisalide [poesie di Ossi di seppia, n.d.c.] e già qui era solo per altri. In Crisalide volevo stringere un patto col destino per scontare l’altrui gioia con la mia condanna. In Casa sul mare penso che per i più non vi sia salvezza, ma che taluno sovverta ogni disegno e passi il varco. Può essere un motivo cristiano; come può essere un motivo cristiano Iride, l’ebrea che io chiamo Cristofora o portatrice di Cristo. Qualche fermento cristiano è senz’altro in me, ma io non sono un cattolico praticante; io rispetto tutte le religioni come istituzioni.”




32 “Hitler e Mussolini a Firenze. Serata di gala al teatro Comunale. Sull’Arno, una nevicata di farfalle bianche.” (Nota di Montale). Hitler visitò Firenze nel maggio 1938. La prima stesura della poesia è del 1939; quella definitiva del 1946. Fu pubblicata la prima volta sull'Inventario, nel 1947.

33 scialbi... spallette: fanali e argini del lungarno.

34 stende... il piede: la strana invasione di falene lascia per terra una coltre biancastra di questi insetti morti, che scricchiolano sotto il piede. L’insolito fatto naturale è visto come un segno funesto, in connessione con la visita del Führer.

35 l’estate... renai: l’estate imminente sprigiona il gelo notturno che stava contenuto (capiva) nelle cavità segrete dell’inverno e negli orti che corrono da Maiano (a nord-est di Firenze) fino al letto sabbioso (renai) dell’Arno.

36 messo infernale: Hitler.

37 alalà: antico grido di vittoria greco, riportato in uso dai rituali fascisti.

38 un golfo mistico: è lo spazio circolare, nei teatri, tra la platea e il palcoscenico, riservato all’orchesta.

39 acceso... a uncino: illuminato e imbandierato di svastiche.

40 si sono chiuse... uccisi: per festeggiare l’ospite, Firenze ha sospeso le attività commerciali. Anche i poveri negozi partecipano al clima bellico del tempo (giocattoli di guerra) e i capretti uccisi esposti dal macellaio (beccaio) sono un segno della prossima carneficina di innocenti.

41 la sagra... golene: la festa paesana dei fiorentini (miti carnefici perché complici di un regime criminale, benché singolarmente miti, alieni dalla violenza) che ancora non sanno quanto sangue scorrerà si è trasformata in una danza disgustosa (il trescone è un ballo contadino dell’Italia centro-settentrionale) di ali (delle falene) abbattute, di insetti sulle rive (golene) del fiume.

42 più nessuno è incolpevole: dopo i festeggiamenti della città a Hitler da una parte e il funesto auspicio della natura dall’altra, nessuno può più dirsi innocente, nessuno può più dire: “non sapevo da che parte stare”.

43 Tutto... sinibbio: nulla ha dunque valore? – i fuochi d’artificio (candele romane) nella notte di San Giovanni (patrono di Firenze) e le promesse e i lunghi addii forti come un sacramento nella cupa attesa della barbarie (ma una stella cadente rigò l’aria, mentre i sette angeli di Tobia lasciavano cadere (stillando) sui ghiacci e le rive dei luoghi dove andavi il seme per l’avvenire) e i girasoli (elitropi) nati dalle tue mani: tutto è distrutto da un pulviscolo che stride come fuoco e punge come il gelido vento sinibbio...

Tobia è il protagonista dell’omonimo libro dell’Antico Testamento, accompagnato da un angelo in un lungo e pericoloso viaggio.



44 Oh la piagata... morte!: questa primavera piagata dagli eventi della storia è pur sempre una festa se raggela e fa morire questa morte che è il trionfo del nazifascismo.

45 Clizia: questa è la prima volta che compare il nome-senhal Clizia.

46 è la tua sorte: il destino di Clizia è guardare sempre in alto verso il sole. Il mito di Clizia è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi.

47 tu... serbi: tu che, anche se mutata (dalle circostanze storiche e personali) conservi immutato l’amore. Il verso è riproduce quasi identico un verso del sonetto a Giovanni Quirini attribuito a Dante.

48 il cieco sole che in te porti: il sole cieco, non luminoso, di cui porti in te la forma. Nel mito di Ovidio, Clizia ama Apollo, il dio solare, e anche trasformata in girasole, che ha la forma di un piccolo sole, non smette di seguirlo nel suo cammino in cielo.

49 si abbàcini... per tutti: sia abbagliato, sia investito dalla luce in Dio (nell’Altro; Dio è il “totalmente Altro”, secondo la definizione di Karl Barth che ha avuto molto seguito nella teologia del ‘900) e si annulli in Lui per la salvezza di tutti.

50 Forse... vince: forse le sirene e i rintocchi di campane che salutano i mostri (il Führer e il Duce) nella sera del loro convegno diabolico (tregenda) si confondono già con il suono che scende libero dal cielo e vince.

51 senz’ali di raccapriccio: senza l’orrore dell’invasione delle falene, indicate per sineddoche con le ali, che imbiancano il cielo.

52 Iperione: titano, padre del Sole.

53 cavalli del Sole: il Sole per illuminare il mondo, compie ogni giorno un viaggio in cielo da Oriente a Occidente, su un carro trainato da quattro cavalli.

54 Fetonte: figlio del Sole, Fetonte chiese insistentemente al padre di poter guidare il carro solare, ottenendone il permesso, ma incapace di controllare lo slancio dei cavalli, non seppe tenere la giusta orbita, mettendo a repentaglio il clima terrestre col troppo freddo o il troppo caldo. Zeus adirato lo annientò con la folgore e Fetonte precipitò nel Po.

55 Poesia scritta nel 1947. La magnolia, che compare in altre poesie montaliane (cfr. La bufera, 1-2), è uno dei simboli dell'ambiente di vita del poeta, della sua “casa”.

56 L'ombra che si sfoltisce a seguito della caduta dei fiori rosso-viola (paonazzi) è un segno dell'ineluttabile passare del tempo.

57 Non è più il tempo in cui si cantava ad una sola voce, cioè della partecipazione concorde ad un identico sentimento. In antitesi con l'unisono vocale, ormai perduto, sta il vibrare intermittente della cicala, suono che esprime la frammentazione e la precarietà del tempo presente.

58 Non è neppure più il tempo della divinità immensa che contemporaneamente distrugge e dà vita ai suoi fedeli (divora e rinsangua). Questa divinità è l'Amore, se si intende la poesia innanzitutto come congedo definitivo dalla donna amata. Tuttavia, la poesia si colloca anche nel momento in cui Montale prende le distanze dalle passioni ideologiche della Resistenza e dell'immediato dopoguerra. Sotto questo profilo, la divinità che divora e nutre i propri adepti può essere un'allusione alle ideologie politiche, in particolare quelle totalitarie.

59 Spendersi... trastullo: spendersi, offrire generosamente la propria vita era più facile, morire era un gioco (trastullo) nell'entusiasmo iniziale (al primo batter d'ale), al primo incontro con il nemico. Di nuovo, la lirica può essere intesa sia sul piano collettivo e ideologico della battaglia contro il nazifascismo, sia sul quello privato e sentimentale dell'innamoramento. E' da notare che, sotto questa seconda accezione, l'amore è visto come una battaglia e l'amata come un nemico, riecheggiando gli stilemi stilnovistici e petrarcheschi.

60 ma non te... gelo: ricostruisci la sintassi: il brivido del gelo non flette te, consunta... non flette te fragile fuggitiva... Consunta del sole e radicata: riprende il tema di Clizia come fiore elitropio (girasole), con le radici salde nel terreno e sempre rivolta al Sole. Morbida cesena: nello stesso tempo, Clizia è paragonata, come altre volte, ad un uccello in grado di volare alto e di affrontare le intemperie. La cesena è un uccello della famiglia dei tordi e dei merli che vive nel Nord Europa. Cui zenit... indistinti... Sposo: lo zenit è il punto della volta celeste perpendicolare al punto in cui si trova l'osservatore; il nadir è il punto diametralmente opposto; Cancro e Capricorno sono i nomi delle linee tropicali, rispettivamente dell'emisfero nord e sud. Dunque, Clizia sfugge a tutti i punti di riferimento spaziali (e geopolitici?), per dare posto ad una guerra unicamente interiore e metafisica, che coinvolge anche chi la ama. Le stimme sono i segni sacri, le stigmate, come le ferite lasciate impresse sul corpo crocifisso di Cristo.

61 La lima... sotto i piedi: può riferirsi al rumore stridulo (lima) e all'esoscheletro della cicala (vuota scorza; cfr. il guscio di cicala, in Non recidere, forbice, quel volto) dei vv. 3-4. Come nei primi versi, ancora qui il poeta insiste sul trascorrere di ogni affermazione presente.

62 oltrecielo: dimensione irraggiungibile, al di là del divenire terreno in cui sembra collocarsi Clizia. Se il poeta prova a gettarsi nel mondo iperuranio di Clizia, gli avviene come a un cefalo che salta fuori dal mare, all'asciutto. Gli animali emblematici della donna (la cesena, un uccello) e del poeta (il cefalo, un pesce) stanno a indicare la distanza incolmabile che separa i due universi vitali.

63 Poesia pubblicata per la prima volta su La fiera letteraria, luglio 1953.

64 non è lume... rosso, o nero: non è luce che provenga dalla chiesa o dalla fabbrica, che un chierico rosso o un chierico nero alimenti. La chiesa e la fabbrica sono i luoghi simbolo rispettivamente della cultura cattolica e di quella marxista, dominanti nell’Italia del dopoguerra. Il chierico rosso è il funzionario del partito comunista, equiparato al prete (chierico nero), così come il P.C. è assimilato a una chiesa, per la struttura gerarchica, la presenza capillare sul territorio, l’ideologia dogmatica.

65 cipria: ciò che resta di quella fede e di quella speranza che bruciò lentamente è una cenere, fine come cipria, che il poeta consegna all’amata, perché la conservi nella borsetta tra le cose intime.

66 spenta ogni lampada: quando le fedi ideologiche (i lumi di chiesa o d’officina) si spegneranno, bisognerà avere in serbo ancora un po’ di quella minima fede e speranza che il poeta ha coltivato.

67 la sardana... Lucifero: la danza infernale e il Principe del male sembrano alludere a un esito catastrofico della guerra fredda, a un olocausto atomico.

68 Tmigi... Senna: i tre fiumi indicano per metonimia Londra, New York e Parigi, le metropoli dei tre paesi dell’Occidente usciti vincitori dalla guerra.

69 all’urto dei monsoni: agli sconvolgimenti della storia. Il caos delle vicende storiche è reso, come in molte altre occasioni, con la metafora del vento di tempesta.

70 persistenza... estinzione: l’unica forma di persistenza è l’annullamento: solo quando rinunciamo a difendere a tutti i costi la nostra vita qualcosa di noi può rimanere.

71 Giusto era il segno: il segno rappresentato da Clizia.

72 ognuno... i suoi: ognuno riconosce i suoi segni, elencati nelle tre proposizioni con cui termina la poesia.

73 Poesia pubblicata per la prima volta sulla rivista Il ponte, nell'ottobre 1954.

74 qui: nella cella del prigioniero.

75 Il zigzag... battifredi: il volo degli storni sulle torri di guardia.

76 crac... supposti: sono le prime immagini di operazioni di cucina, che si prolungano fino alla fine della poesia. Alludono a un mostruoso banchetto in cui ad essere cucinato e divorato è l’uomo. Il crac di noci schiacciate, lo sfrigolio, i girarrosti sono da intendere allora come riferimenti a pratiche di torture.

77 purga: è un termine storico-politico che indica l’eliminazione degli oppositori politici praticata sistematicamente con la carcerazione o la morte dal regime staliniano. La poesia è del 1954 e proprio in quegli anni si cominciava ad avere notizie delle pratiche liberticide del sistema sovietico. Il sogno del prigioniero va però oltre il riferimento ad una specifica situazione storica (nazismo, stalinismo), per allargarsi a ogni condizione di violenza e alienazione e forse, addirittura, alla condizione esistenziale dell’uomo in generale.

78 obiurga: rimprovera aspramente. E’ un riferimento al fenomeno dell’”autocritica” con cui le vittime dei processi staliniani speravano di ottenere un trattamento migliore riconoscendosi colpevoli e accusando altri (vende carne d’altri).

79 Iddii pestilenziali: le autorità totalitarie.

80 buccellati: ciambelle con uva passa. Ancora una tetra ironia sul destino dei prigionieri eliminati nei forni crematori.

81 ancora ignoro... farcito: ancora non so se alla fine sarò dalla parte dei vincitori o dei vinti. Ma essere dalla parte dei vincitori significa avere ceduto alla tentazione del tradimento.


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