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Il ritorno del “protezionismo” e il furore dei suoi nemici


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Il ritorno del “protezionismo” e il furore dei suoi nemici




Il totem del lassaiz-faire e il tabù del protezionismo

Aiuti massicci alle Industrie automobilistiche aumento dei diritti doganali... Nel nome della crisi economica, la questione del protezionismo torna alla ribalta. Naturalmente, i sostenitori del libero scambio non disarmano. Ma, a molti dei loro critici, fissare quote e aumentare le tariffe doganali per i prodotti provenienti dai paesi emergenti (Cina e dintorni, in particolare) sembra il miglior mezzo per proteggere il mercato interno dei paesi europei e aumentare i salari.


di JACQUES SAPIR(1)
L’AMPIEZZA e la profondità della crisi hanno rilanciato il dibattito sul protezionismo. Dibattito sensibile, a giudicare dalla virulenza dei difensori del libero scambio trasformato in feticcio. Con una presentazione dei fatti che camuffa la verità per ignoranza o disegno, il protezionismo viene presentato come un vero tabù. Il rifiuto di riconoscere il libero scambio come causa dell'attuale tormenta dimostra che i suoi sostenitori hanno abbandonato l'universo della riflessione per entrare in quello del pensiero magico.

Il libero scambio induce un doppio effetto depressivo, diretto sui salari e indiretto in quanto rende possibile la concorrenza fiscale. Infatti, per difendere i posti di lavoro, i governi dei paesi le cui imprese sono sottoposte direttamente alla concorrenza di produzioni a basso costo e debole protezione sociale tentano di tutelare il livello dei profitti sul proprio territorio (condizione necessaria per evitare le delocalizzazioni) trasferendo i contributi so­ciali delle imprese sui salariati. Alla pressione sui salari viene dunque ad aggiungersi una fiscalità più ingiusta e una riduzione delle prestazioni sociali (il salario indiretto). Tutto questo pesa sul reddito della maggior parte delle famiglie, che non possono mantenere il livello dei consumi se non con un crescente ricorso all'indebitamento, proprio nel momento in cui le loro risorse finanziarie si riducono. Al centro della crisi non ci sono dunque le banche, le cui difficoltà in questo caso non sono che un sintomo, ma piuttosto il libero scambio, i cui effetti si sono combinati con quelli della finanza liberalizzata.


Negli Stati Uniti, la parte della remunerazione del lavoro nel reddito nazionale e crollata al 51.6% nel 2006 - il punto storico più basso dal 1929 - contro il 54,9% nel 2000 - Per il periodo 2000-2007, la crescita del salario reale mediano è stata solo dello 0,1 %, mentre il reddito mediano della famiglia diminuiva del­lo 0,3% all'anno in termini reali. La riduzione e stata più forte per le famiglie più povere. Nello stesso periodo, il primo quintile ha visto il proprio reddito diminuire dello 0,7% ogni anno. Dal 2000, la crescita del salario orario non corrisponde più a quella degli aumenti di produttività.
Il libero scambio spinge così i governi a trasferire il finanziamento delle prestazioni sociali dalle imprese ai salariati, Dal 2000 al 2007, il costo delle assicurazioni sanitarie negli Stati Uniti (+ 68%), cosi come quello delle spese per l'istruzione (+46%), e fortemente aumentato, mentre la percentuale dei cittadini senza copertura sociale e passata dal 13.9% al 15.6%. Anche l'americano Paul Krugman, che a lungo aveva sostenuto che “la globalizzazione non è colpevole”, ha dovuto riconoscere che la deflazione salariale importata tramite il libero scambio ha avuto un ruolo importante nel processo. Non stupisce dunque che in simili condizioni, l'indebitamento delle famiglie americane sia esploso. Era pari al 63% del prodotto interno (Pil) degli Stati Uniti nel 1998, e al 100% nel 2007.
Il fenomeno esiste anche in Europa do­ve si combina, nella zona euro, alla politica della Banca Centrale Europea (BCE), la quale aggiunge il suo peso alle forze depressive importate. Alcuni paesi hanno seguito il modello americano, come ad esempio Spagna, Irlanda e Regno Unito, e oggi assistono a un impoverimento relati­vo, e talvolta assoluto, della popolazione. La deflazione salariale importata ha prodotto in questi paesi un'esplosione dell'indebitamento delle famiglie che, superando nel 2007 il 100% del Pil, ha prodotto un fenomeno d'insolvibilità paragonabile a quello osservato negli Stati Uniti.
Anche in paesi relativamente lontani dal modello americano, la deflazione sa­lariale e evidente. La Germania ha condotto una massiccia politica di delocalizzazione del subappalto. Si e così passati, grazie all'apertura dell'Unione Europea ai paesi dell'Europa centrale e orientale, dalla logica del Made in Germany a quella del Made by Germany. Contemporaneamente, il governo tedesco ha trasferito sulle famiglie (tramite la tassa sul valore aggiunto, Iva) una parte dei contributi che pesavano sulle imprese. La strategia ha permesso un forte eccedente commerciale, a scapito dei partner della zona eu­ro su cui la Germania riesporta deflazione salariale: ma al prezzo di una crescita debole, in quanto la domanda interna resta depressa malgrado una preoccupante crescita dell’indebitamento delle famiglie (68% del Pil).
Quanto alla Francia, i governi di questi ultimi anni hanno tentato di reagire alla globalizzazione con politiche definite «di riforme strutturali», le quali, allungando la durata globale del lavoro e mettendo in discussione le prestazioni sociali, non hanno fatto che confermare gli effetti della deflazione salariale importata. Come constata il Centro di ricerca per lo studio e l'osservazione delle condizioni di vita (Credoc): “la situazione delle "classi medie" somiglia più a quel!a dei bassi redditi che a quella degli alti redditi”.
La forma più vistosa di questa politica si ritrova nelle delocalizzazioni verso paesi a basso costo salariale e deboli regolamentazioni sociali o ecologiche. Ma l'aspetto più rilevante e costituito dal ricatto sull’occupazione, esercitato sui lavoratori e i loro sindacati affinché rinuncino a conquiste sociali e ad aumenti salariali.
Le direzioni aziendali utilizzano la minaccia del la delocalizzazione per rimettere in discussione precedenti accordi e regolamentazioni sociali. Questa pressione ha pesanti conseguenze sulla situazione sanitaria dei lavoratori, come l'aumento delle patologie legate allo stress da lavo­ro. Se è vero, come dicono gli studi epidemiologici globali, che queste patologie hanno un costo sanitario pari al 3% del Pil, risulta evidente il legame tra le logiche della deflazione salariale e il deterioramento dei conti sociali in Fran­cia e nei principali paesi Europei. Ma la deriva (o quel che appare tale) dei conti sociali è servita da pretesto ai diversi governi, e per ultimo a quello di Francois Fillon, per rimettere in discussione un certo numero di diritti, trasferendo cosi i costi sui salariati.
Le “riforme strutturali” contribuiscono dunque, direttamente e indirettamente, a creare condizioni di insolvibilità per la grande maggioranza delle famiglie, esse sono al centro della crisi di indebitamento ipotecario che si è prodotta negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Spagna. In altri paesi, si traduce in una crescente fragilità delle famiglie ed esaspera il problema del “potere d'acquisto”. Anche in Fran­cia, dove le banche sono state molto più prudenti, l'indebitamento delle famiglie, stabile fino al 2000, cresce poi bruscamente dal 34% del Pil al 47,6% nel 2007. L'emergere negli ultimi dieci anni, del fe­nomeno dei “lavoratori poveri” sulle due rive del Reno, e direttamente legato a queste politiche.

La Cina e i paesi limitrofi, responsabili della deflazione salariale


LA DEFLAZIONE SALARIALE trae origine dalle avide politiche condotte, a livello di commercio internazionale, dai paesi dell'Estremo oriente dal 1998-2000, attraverso il libero scambio generalizzato voluto dall'Organizzazione mondiale del Commercio (Wto). Tuttavia, queste politiche nascono prima di tutto come reazione allo choc rappresentato dalla crisi finanziaria del 1997-1999. E’ il caso della Cina, che ha dovuto assorbire, a causa dell'incuria e dell'incompetenza del Fondo monetario internazionale (Fmi), una buona parte dello choc della crisi asiatica lasciando che i suoi vicini ricostituissero eccedenti commerciali e finanziari a suo danno.

Di conseguenza, la Cina ei suoi vicini hanno ritenuto necessario, nell'eventualità che una tale crisi si ripresentasse, creare notevoli riserve di cambio. Sono stati spinti ad attuare, sul piano del commercio internazionale, scelte aggressive realizzate attraverso svalutazioni molto forti, politiche di deflazione competitiva e limitazioni nel consumo interno. Tali misure hanno spinto al ribasso i salari nei paesi sviluppati. Si sono anche rivelale di un'allarmante efficacia, se si considera l'enorme accumulo di riserve di cambio realizzato dai paesi emergenti dell'Estremo oriente (di cui 1.884 miliardi di dollari perla Cina.

L'economia cinese persegue da trent'anni un rapido recupero tecnico. Nello stesso tempo, il costo salariale, diretto e indiretto, non cresce. Il miglioramento della qualità delle sue esportazioni minaccia a termine la totalità dei posti di lavoro nell’industria. L'indice di similitudine, che misura la similitudine delle esportazioni di un paese con quelle dei paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), aumenta costantemente per la Cina, ma anche per altri paesi emergenti. Crolla il mito di una specializzazione internazionale, per cui questi paesi si concentrerebbero su prodotti semplici, mentre i paesi svi­luppati manterrebbero il controllo sui prodotti sofisticati.
La deflazione salariale importata è arrivata nell'Unione Europea anche attraverso l'allargamento, a causa delle strategie dei «nuovi arrivati». Paesi come la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Romania, ma anche, seppure in misura minore, Ungheria e Polonia hanno deliberatamente giocato con il dumping fiscale, i tassi di cambio vantaggiosi, i ridotti oneri sociali e le deroghe nell'applicazione del­le normative ecologiche, per attirare investimenti di delocalizzazione. Tenuto conto delle dimensioni di questi paesi, e evidente che gli investitori non ci vanno per il loro mercato interno, ma per utilizzarli come piattaforma di riesportazione verso i paesi del centro storico dell'Unione Europea.
Quanto all'idea che la deflazione sala­riale sia il prezzo da pagare perché altri paesi si sviluppino... niente di più sbagliato. L'impatto del libero scambio, imposto dal Wto ai paesi più poveri, e stato decisamente negativo. Anche se i primi risultati, pubblicati nel 2003, vantavano guadagni dell'ordine di 800 miliardi di dollari, le successive revisioni hanno registrato il crollo di tali stime. Ma i modelli utilizzati sono in realtà concepiti, volontariamente o meno, per massimizzare gli effetti positivi della liberalizzazione degli scambi. Sono caratterizzati dal mancato calcolo delle perdite di reddito dovute alla scomparsa delle barriere tariffarie - tutt'altro che trascurabili. Bisogna poi considerare che la Banca mondiale e il Wto classificano la Cina tra i cosiddetti paesi «poveri», il che è molto discutibile. Se la si toglie dal campione, il risultato è negativo, quale che sia la metodologia impiegata.
Una misura necessaria, ma non sufficiente

IL REDDITO PERSO dai lavoratori dei paesi sviluppati non va ai salariati dei paesi emergenti, ma serve ad arricchire sempre più una piccola élite, la cui ricchezza e letteralmente esplosa negli ultimi dieci anni. Negli Stati uniti, lo 0,1% più ricco accumulava il 7,5% del reddito nazionale nel 2005, contro il 5% nel 1995 e il 2,9% nel 1985. Il livello del 2005 corrispondeva a quello del 1929 (7,6%). Le stesse cause producono gli stessi effetti. Se, in un primo momento, i paesi beneficiari degli investimenti di delocalizzazione vedono la loro crescita accelerare, in seguito, con l'aiuto delle grandi imprese europee e americane, segano il ramo sul quale sono seduti. Così, l'impoverimento relativo e anche assoluto dei lavoratori del paesi sviluppati ha prodotto la crisi attuale, con una brutale contrazione dei consumi che penalizza i paesi esportatori. Nel gioco del libero scambio, delle delocalizzazioni e della deflazione salariale, nessuno e vincente, se non chi ha intascato i profitti e ha saputo piazzarli in luoghi protetti.


Esiste però un secondo mito, utilizzato per tentare di screditare il protezionismo: le misure prese dopo la crisi del 1929 l'avrebbero aggravata, provocando il crollo del commercio internazionale. Nei fatti, i fattori determinanti furono l'instabilità monetaria, l'aumento dei costi di trasporto e la contrazione della liquidità internazionale. I sostenitori del libero scambio dimenticano sempre di ricordare la conversione di John Maynard Keynes, che fu un risoluto sostenitore del libero scambio all'inizio degli anni '20, poi, a partire dal 1933, del protezionismo. Keynes non ha più cambiato posizione fino alla morte, avvenuta nel 1946, mentre i suoi progetti di riorganizzazione del sistema monetario e commerciale internazionale hanno dato ampio spazio al protezionismo, pur condannando l'autarchia.
Misure protezionistiche, che permettano di modulare gli scambi con l'esterno, al contrario dell'autarchia che porta a ripiegarsi su se stessi, sono dunque necessarie. E’ addirittura la condizione sine qua non di qualsiasi politica di rivalorizzazione salariale, che renda solvibili le famiglie e permetta di aumentare la domanda. Aumentare i salari senza toccare il libero scambio e insieme ipocrita e sciocco. Peraltro, solo il protezionismo può fermare la spirale del minor offerente fiscale e del minor offerente sociale che si e instaurata oggi in Europa.
Si può certo obiettare che l'avvio del protezionismo non modificherà automaticamente il comportamento delle imprese. Il padronato, una volta meglio protetto dalla concorrenza esterna, può tentare di mantenere il vantaggio. Avrà però perso il suo principale pretesto. E’ un fatto che oggi in Francia, come nei principali paesi sviluppati, a causa della pressione delle produzioni a basso costo, l’unica alternativa è la deflazione salariale (diretta e indiretta, attraverso i trasferimenti di oneri sui salariati), o la delocalizzazione e la disoccupazione. Togliendo al padronato questo strumento, si restituisce ai sa­lariati una possibilità di ottenere con le lotte una migliore redistribuzione della ricchezza prodotta. Il protezionismo non è una panacea - non ve ne sono in economia -, ma una condizione necessaria.

Il suo scopo deve essere precisato con chiarezza. Non si tratta di aumentare ulteriormente i profitti, ma di preservare ed estendere le conquiste sociali ed ecologiche. Il problema, dunque, non è penalizzare tutti i paesi che praticano bassi salari, bensì quelli la cui produttività conver­ge verso i nostri livelli, mentre non vengono avviate politiche sociali ed ecologiche altrettanto convergenti. In breve, si tratta di impedire che il commercio mondiale trascini tutti verso il basso.


La cornice dellUnione Europea non è certo perfetta da questo punto di vista. Mentre si impone il ristabilimento di una seria tariffa comunitaria, risulta evidente che l'attuale spazio economico europeo e talmente eterogeneo da permettere che prosperino politiche di dumping fiscale, sociale ed ecologico. Oltre alla tariffa comunitaria, e perciò opportune ipotizzare un ritorno agli importi compensatori monetari, in vigore negli anni '60. Tali tasse, provvisorie, avranno il compito di compensare i divari non solo dei tassi di cambio, ma anche di norme sociali ed ecologiche tra i paesi della zona Euro e gli altri membri dell'UE. Un tale cambiamento implica un conflitto all’interno dell'Unione. Se la realizzazione di misure coordinate e, a termine, la soluzione migliore, solo la minaccia di misure unilaterali da parte della Francia può imporre l'apertura di un dibattito - finalizzato alla creazione di cerchi concentrici che permettano, all'interno dell'Unione, di rispettare le differenze strutturali esistenti tra i paesi membri.
Le somme ricavate dalla tariffa comunitaria dovrebbero essere suddivise tra un fondo sociale europeo e aiuti mirati a paesi esterni disposti a impegnarsi, nel quadro di accordi a medio termine, ad au­mentare le protezioni sociali ed ecologi­che. Il totale degli importi compensatori dovrebbe integrare un fondo di conver­genza sociale ed ecologica a vantaggio dei paesi dell'UE, che verrebbero così spronati a realizzare progressivamente questa doppia convergenza. L'alternativa al protezionismo e agli importi compen­satori è semplice: o accettare che altri ci impongano le loro scelte in campo sociale ed ecologico, o imporre le nostre. Il li­bero scambio segna perciò la fine della libertà di scelta per quanta riguarda i sistemi sociali ed economici.
Ricostruire il mercato interno su basi stabili

LO DIMOSTRANO i reiterati fallimenti di qualsiasi tentativo di costruire un'«Europa sociale», grande illusione di socialisti ed ecologisti, o molto più semplicemente di arrivare a un'armonizzazione fiscale. Senza misure in grado di penalizzare le strategie di dumping socia­le, fiscale ed ecologico, si impone la legge del «minor offerente».



La combinazione di libero scambio e di rigidità mo­netaria dell'euro rende necessaria, dal punto di vista degli imprenditori, l'immigrazione clandestina, il clandestino non è coperto dal diritto sociale esistente. Quindi l'immigrazione diventa l'equivalente di una svalutazione di fatto e di uno smantellamento dei diritti sociali di fronte alla pressione della concorrenza importata.
Al di là di quel che dicono i governi, il ritorno al protezionismo diventa inevitabile. Lungi dall'essere un fattore negativo, potrebbe permettere una ricostruzione del mercato interno su basi stabili, con un notevole miglioramento della solvibilità sia da parte delle famiglie che del­le imprese. In questo senso, sarà un elemento importante per una durevole uscita dall'attuale crisi e deve perciò diventare al più presto il punto centrale di un dibattito pubblico senza totem né tabù.

JACQUES SAPIR


1 Direttore di studi presso la Scuola degli alti studi in scienze sociali, Ehess, direttore del Cemi.





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