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Gregory Bateson. Mente e natura. Un'unità necessaria


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Gregory Bateson.

MENTE E NATURA. Un'unità necessaria.

Adelphi Edizioni, Milano 1984.

1. INTRODUZIONE

"Il neoplatonico Plotino dimostra per mezzo dei fiori e delle foglie che dal Dio Supremo, la cui bellezza è invisibile e ineffabile, la Provvidenza giunge fino alle cose della terra quaggiù. Egli fa osservare che questi oggetti fragili e mortali non potrebbero essere dotati di una bellezza così immacolata e di così squisita fattura se essi non promanassero dalla Divinità che senza fine pervade tutte le cose con la sua invisibile e immutabile bellezza".

SANT'AGOSTINO, "La Città di Dio".

[Buona parte di questo capitolo è tratta da una conferenza tenuta nella Cattedrale di Saint John the Divine a New York il 17 novembre 1977.]
Nel giugno del 1977 ritenni di avere materiale sufficiente per iniziare due libri. Uno lo chiamai "L'idea evoluzionistica" e l'altro "Ogni scolaretto lo sa" (1). Il primo doveva essere un tentativo di riesaminare le teorie dell'evoluzione biologica alla luce della cibernetica e della teoria dell'informazione. Ma quando cominciai a scriverlo, trovai difficile immaginare un pubblico reale in grado di capire i presupposti formali e quindi semplici di ciò che andavo dicendo. Mi resi conto con spaventosa chiarezza che negli Stati Uniti e in Inghilterra, e immagino in tutto l'Occidente, la scuola evitava con tanta cura tutti i problemi cruciali, che avrei dovuto scrivere un altro libro per spiegare quelle che a me sembravano idee elementari che interessano l'evoluzione e quasi ogni altra indagine biologica o sociale, o addirittura la vita quotidiana fino all'atto stesso del mangiare. L'istruzione ufficiale non insegna quasi nulla riguardo alla natura di tutte le cose che si trovano sulle spiagge e nelle foreste di sequoie, nei deserti e nelle pianure. Perfino molti adulti con figli non sono in grado di fornire una spiegazione soddisfacente di concetti come entropia, sacramento, sintassi, numero, quantità, struttura, disegno, relazione lineare, nome, classe, pertinenza, energia, ridondanza, forza, probabilità, parti, tutto, informazione, tautologia, omologia, massa, messa, spiegazione, descrizione, legge dimensionale, tipo logico, metafora, topologia, eccetera. Che cosa sono le farfalle? Che cosa sono le stelle di mare? Che cosa sono la bellezza e la bruttezza?

Mi parve che l'esposizione scritta di alcune di queste idee così elementari si sarebbe potuta intitolare, con un pizzico d'ironia, "Ogni scolaretto lo sa". Tuttavia, mentre me ne stavo a Lindisfarne e lavoravo a questi due manoscritti, aggiungendo un pezzo ora all'uno ora all'altro, essi pian piano confluirono, e il risultato fu ciò che penso si chiami una visione "platonica" (2). Mi parve che nello "Scolaretto" stessi formulando idee estremamente elementari sull'"epistemologia" (si veda il Glossario), cioè su "come noi conosciamo le cose in genere". Nel pronome "noi" comprendevo, naturalmente, la stella di mare e la foresta di sequoie, l'uovo in corso di segmentazione e il Senato degli Stati Uniti.

E fra le cose in genere che queste creature conoscono, ciascuna a suo modo, comprendevo: “come crescere secondo una simmetria pentagonale”, “come sopravvivere a un incendio nella foresta”, “come crescere mantenendo la stessa forma”, “come apprendere”, “come scrivere una costituzione”, “come inventare e guidare un'automobile”, “come contare fino a sette” e così via. Meravigliose creature dotate di conoscenze e abilità quasi miracolose!

Soprattutto, vi comprendevo “come evolvere”, poichè‚ mi pareva che tanto l'evoluzione quanto l'apprendimento dovessero conformarsi alle stesse regolarità formali o, come si dice, leggi. Insomma, cominciavo a usare le idee dello "Scolaretto" per riflettere non sul nostro sapere, ma su quel "più ampio sapere" che è la colla che tiene insieme le stelle e gli anemoni di mare, le foreste di sequoie e le commissioni e i consigli umani.

I miei due manoscritti stavano diventando un unico libro, perchè‚ vi è un unico sapere che caratterizza tanto l'evoluzione quanto gli "aggregati" umani, anche se le commissioni e le nazioni possono sembrare stupide a genii bipedi come voi e me.

Stavo superando quel confine che si suppone racchiuda l'essere umano. In altre parole, mentre scrivevo, la mente diventò, per me, un riflesso di vaste e numerose porzioni del mondo naturale esterno all'essere pensante.

Nell'insieme, non erano gli aspetti più rozzi, più semplici, più animaleschi e primitivi della specie umana che venivano riflessi nei fenomeni naturali; erano piuttosto gli aspetti più complessi, gli aspetti estetici, involuti ed eleganti degli uomini che riflettevano la natura. Non era la mia avidità, la mia risolutezza, la mia cosiddetta 'animalità', non erano i miei cosiddetti 'istinti' e così via che io ravvisavo dall'altra parte di quello specchio, nella 'natura'. Quello che vi vedevo erano invece le radici della simmetria umana, la sua bellezza e la sua bruttezza, l'estetica, la sensibilità stessa dell'uomo e quel pizzico di saggezza che gli è proprio. La sua saggezza, la grazia del suo corpo, persino la sua abitudine di fare begli oggetti sono altrettanto 'animaleschi' quanto la sua crudeltà. Dopotutto, la parola stessa “animale” significa “dotato di mente o spirito ("animus")”.

Su questo sfondo, le teorie dell'uomo che partono dalla psicologia più animalistica e inadatta si rivelano premesse prime inattendibili per affrontare la domanda del salmista: “Signore, cos'è l'uomo?”.

Non ho mai potuto accettare il primo passo della storia della Genesi: “In principio la terra era informe e vuota”. Quella primordiale "tabula rasa" avrebbe rappresentato un formidabile problema di termodinamica per il miliardo d'anni successivo. Forse la terra non è mai stata una "tabula rasa" più di quanto non lo sia uno zigote umano - un uovo fecondato.

Cominciò a sembrarmi che le idee antiquate e tuttora radicate sull'epistemologia, in particolare su quella umana, fossero il riflesso di una fisica sorpassata e contrastassero in modo curioso con il poco che sappiamo, o così ci sembra, sulle cose viventi. Era come se si pensasse che i membri della specie 'uomo' fossero totalmente unici e totalmente materiali sullo sfondo di un universo vivente generico (anzichè‚ unico) e spirituale (anzichè‚ materiale).

Pare che esista una sorta di legge di Gresham dell'evoluzione culturale, secondo la quale le idee ultrasemplificate finiscono sempre con lo spodestare quelle più elaborate, e ciò che è volgare e spregevole finisce sempre con lo spodestare la bellezza. Ciò nonostante la bellezza perdura.

Cominciavo ad avere l'impressione che la materia organizzata (su quella non organizzata, ammesso che esista, io non so nulla), anche solo in un insieme di relazioni semplice come quello che vige in una macchina a vapore con regolatore, fosse saggia ed elaboratissima, rispetto all'immagine che dello spirito umano tracciavano comunemente il materialismo ortodosso e gran parte della religione ortodossa.

Il germe di queste idee era presente nella mia mente fin dall'adolescenza, ma voglio partire da due situazioni in cui questi pensieri cominciarono a premere per venire alla luce. Negli Anni Cinquanta avevo due incarichi di insegnamento: insegnavo agli psichiatri interni di un ospedale per malattie mentali della Veterans Administration a Palo Alto e ai giovani beatniks della Scuola di Belle Arti della California a San Francisco. Voglio raccontare come ebbero inizio questi due corsi e come esordii davanti a due pubblici così diversi fra loro. Se metterete queste prime due lezioni una accanto all'altra capirete ciò che voglio dire.

Agli psichiatri presentai una sfida sotto forma di un piccolo questionario, dicendo loro che alla fine del corso avrebbero dovuto capire le domande in esso contenute. La prima chiedeva una breve definizione di (a) “sacramento” e (b) “entropia”.

In generale i giovani psichiatri degli Anni Cinquanta non erano in grado di rispondere a "nessuna delle due domande". Oggi ce ne sarebbe qualcuno di più capace di avventurarsi a parlare dell'entropia (si veda il Glossario). E ci sarà ancora (o no?) qualche cristiano in grado di dire che cos'è un sacramento. Avevo offerto alla mia classe le nozioni essenziali di 2500 anni di pensiero religioso e scientifico. Mi sembrava che, visto che sarebbero diventati dottori

(medici) dell'anima umana, dovessero imparare a muoversi con un certo agio nei due campi dove si dibattevano le annose questioni, che dovessero familiarizzarsi con le idee principali tanto della religione quanto della scienza.

Con gli studenti d'arte usai un sistema più diretto. Si trattava di un gruppetto di dieci o quindici ragazzi e sapevo che mi sarei trovato in un'atmosfera di scetticismo confinante con l'ostilità. Appena entrato fu evidente che per loro io ero un'incarnazione del demonio venuto lì per difendere la ragionevolezza della guerra atomica e degli insetticidi. A quei tempi (e anche oggi?) si credeva che la scienza “prescindesse dai valori” e non fosse guidata da “emozioni”.

Ma io mi ero preparato. Avevo portato due sacchetti di carta: ne aprii uno e ne estrassi un granchio appena cotto che posai sul tavolo. Poi affrontai gli studenti più o meno in questi termini: “Voglio sentire da voi ragioni che mi convincano che questo oggetto è ciò che resta di un essere vivente. Potreste immaginare di essere dei marziani: su Marte avete dimestichezza con gli esseri viventi, dato che voi stessi siete vivi, ma naturalmente non avete mai visto granchi o aragoste. Un meteorite o altro ha portato un certo numero di oggetti come questo, molti ridotti in frammenti: voi dovete esaminarli e arrivare alla conclusione che si tratta dei resti di esseri viventi. Come fareste per arrivarci?”.

Naturalmente, la domanda rivolta agli psichiatri e quella rivolta agli artisti erano la "stessa domanda": esiste una specie biologica di entropia?

Entrambe le domande riguardavano l'idea di fondo dell'esistenza di una linea di separazione tra il mondo dei viventi (dove si tracciano "distinzioni", e la

"differenza" può essere una causa) e il mondo dei non viventi, il mondo delle palle da biliardo e delle galassie (dove le 'cause' degli eventi sono le forze e gli urti). Sono i due mondi che Jung (seguendo gli gnostici) chiama rispettivamente

"creatura" e "pleroma" (3). La mia domanda era: qual è la differenza tra il mondo fisico del "pleroma", dove le forze e gli urti costituiscono una base esplicativa sufficiente, e la "creatura", dove non si può capir nulla senza invocare "differenze" e "distinzioni"?

Nella mia vita ho messo la descrizione dei bastoni, delle pietre, delle palle da biliardo e delle galassie in una scatola, il pleroma, e li ho lasciati lì. In un'altra scatola ho messo le cose viventi: i granchi, le persone, i problemi riguardanti la bellezza, quelli riguardanti la differenza. Argomento di questo libro è il contenuto della seconda scatola.

Qualche tempo fa me la sono presa con i difetti dell'istruzione scolastica occidentale. Stavo scrivendo ai miei colleghi del Board of Regents dell'Università della California e nella lettera mi si insinuò questa frase:

“Infrangete la struttura che connette gli elementi di ciò che si apprende e distruggerete necessariamente ogni qualità”.

Vi offro la locuzione "la struttura che connette" come sinonimo, come altro possibile titolo di questo libro.

"La struttura che connette". Perchè‚ le scuole non insegnano quasi nulla su questo argomento? Forse perchè‚ gli insegnanti sanno di essere condannati a rendere insipido, a uccidere tutto ciò che toccano e sono quindi saggiamente restii a toccare o insegnare ogni cosa che abbia importanza vera e vitale? Oppure uccidono ciò che toccano "proprio perchè‚" non hanno il coraggio di insegnare nulla che abbia un'importanza vera e vitale? Dov'è l'errore?

Quale struttura connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei noi con l'ameba da una parte e con lo schizofrenico dall'altra?

Voglio spiegarvi perchè‚ è tutta la vita che faccio il biologo, che cos'è che ho sempre tentato di studiare. Quali pensieri posso offrire che riguardino il complesso del mondo biologico in cui viviamo e in cui riceviamo la nostra esistenza? Come viene costruito?

Ciò che si deve dire a questo punto è difficile, appare del tutto "vuoto" ed è d'importanza grandissima e assai profonda per voi come per me. In questo momento storico credo che esso sia importante per la sopravvivenza di tutta la biosfera, che come sapete è minacciata.

Qual è la struttura che connette tutte le creature viventi?

Torniamo al mio granchio e alla mia classe di "beatniks". Era una vera fortuna che insegnassi a persone che non erano scienziati e che anzi avevano una inclinazione mentale antiscientifica. Propendevano tutti, anche se in maniera informe e inesperta, per un approccio di tipo estetico. Definirei, per il momento, questa parola dicendo che essi "non erano" come Peter Bell, il personaggio di cui Wordsworth cantava "A primrose by the river's brim A yellow primrose was to him, And it was nothing more".

[Una primula sulla proda del fiume / era per lui una primula gialla, / null'altro era.]

Anzi, essi si sarebbero accostati alla primula con "empatia" e "riconoscendosi affini" ad essa. Per "estetico" intendo sensibile alla "struttura che collega". Vedete dunque com'ero fortunato. Forse per caso misi davanti a loro quello che era (a mia insaputa) un problema estetico: "In che modo siete in relazione con questa creatura? Quale struttura vi collega con essa?"

Collocandoli su un pianeta immaginario, “Marte”, li mettevo nell'impossibilità di pensare ad aragoste, amebe, cavoli e così via, e riportavo forzatamente la diagnosi della vita all'identificazione con il proprio io vivente: “Siete voi che portate i segni di riferimento, i criteri che vi permettono di esaminare il granchio e scoprire che esso pure porta gli stessi segni”. La mia domanda era assai più complessa di quanto io non sapessi.

I ragazzi esaminarono il granchio, e la prima cosa che osservarono fu che era "simmetrico", cioè che la parte destra somigliava alla sinistra.

“Benissimo. Volete dire che è "composto", come un quadro?”. (Silenzio). Poi osservarono che una chela era più grossa dell'altra: dunque "non era" simmetrico.

A mo' di suggerimento, dissi che se con i meteoriti fossero arrivati molti di quegli oggetti, avrebbero scoperto che in quasi tutti gli individui la chela più grossa si trovava dalla stessa parte (destra o sinistra). (Silenzio. “Dove vuole arrivare Bateson?”).

Tornando alla simmetria, uno disse: “Sì, una chela è più grossa dell'altra, ma entrambe sono composte delle stesse parti”.

Ah! Com'è bella e nobile questa osservazione, con che prontezza il ragazzo aveva educatamente gettato nel cestino dei rifiuti l'idea che le dimensioni potessero avere un'importanza primaria o radicale e si era concentrato sulla "struttura che connette". Aveva scartato un'asimmetria di dimensioni a favore di una più profonda simmetria di relazioni formali.

Sissignore, ciò che caratterizza (brutta parola) le due chele è proprio il fatto che esse incarnano "relazioni simili tra le parti". Mai quantità, sempre contorni, forme e relazioni. Ecco davvero qualcosa che caratterizzava il granchio come appartenente alla "creatura", come cosa vivente.

In seguito si vide che non solo le due chele sono costruite sullo stesso 'progetto di base' (cioè su insiemi corrispondenti di relazioni fra parti corrispondenti), ma che queste relazioni fra parti corrispondenti si estendono alla serie degli arti motori. In ciascuno di essi erano riconoscibili elementi che corrispondevano agli elementi della chela.

E naturalmente la stessa cosa vale per il nostro corpo: l'omero, nel braccio, corrisponde al femore nella coscia e la coppia radio-ulna corrisponde alla coppia tibia-perone; le ossa del carpo corrispondono a quelle del tarso; le dita della mano a quelle del piede.

L'anatomia del granchio è ripetitiva e ritmica; come la musica, essa è ripetitiva con modulazioni. Anzi, la direzione dalla testa alla coda corrisponde a una sequenza temporale: in embriologia la testa è più antica della coda. E' possibile un flusso di informazioni in direzione antero-posteriore.

I biologi parlano di "omologia" filogenetica (si veda il Glossario) per quella "classe" di fatti di cui è un esempio la somiglianza formale tra le ossa dei miei arti e quelle di un cavallo. Un altro esempio è la somiglianza formale tra gli arti di un granchio e quelli di un'aragosta.

Questa è una classe di fatti; un'altra classe di fatti (in qualche modo simile?) è quella che i biologi chiamano "omologia seriale". Ne è un esempio la ripetizione ritmica con cambiamenti che passando da un membro all'altro percorre tutta la lunghezza dell'animale (granchio o uomo); un secondo esempio (forse non proprio dello stesso ordine perchè‚ diverso in relazione al tempo) sarebbe la simmetria bilaterale dell'uomo o del granchio (4).

Ricominciamo daccapo. Le parti di un granchio sono connesse secondo varie strutture di simmetria bilaterale, di omologia seriale e così via. Chiamiamo queste strutture "interne" al singolo granchio che cresce "connessioni di primo ordine". Ma se ora consideriamo il granchio e l'aragosta, troviamo di nuovo connessioni strutturali. Chiamiamole "connessioni di secondo ordine", o omologie filogenetiche.

Consideriamo ora l'uomo o il cavallo: anche qui osserviamo simmetrie e omologie seriali. Quando li consideriamo insieme, riscontriamo la stessa comunanza interspecifica di strutture con qualche differenza (omologia filogenetica). E, naturalmente, troviamo anche che alle dimensioni si preferiscono le forme, le strutture e le relazioni. In altri termini, quando si analizza questa distribuzione di somiglianze formali, si scopre che l'anatomia nei suoi tratti generali presenta tre livelli o tipi logici di proposizioni descrittive:

1. Per ricavare connessioni di primo ordine si devono confrontare le parti di ogni membro della "creatura" con altre parti dello stesso individuo.

2. Per scoprire relazioni simili tra le parti (ossia per ottenere connessioni di secondo ordine) si devono confrontare i granchi con le aragoste o gli uomini con i cavalli.

3. Per dedurre connessioni di terzo ordine si deve confrontare il "confronto" tra granchi e aragoste con quello tra uomo e cavallo.

Abbiamo costruito una scala di come si deve pensare a... a che cosa? Ah, già, alla struttura che connette.

La mia tesi fondamentale può essere ora espressa in questi termini: "la struttura che connette è una metastruttura". E' una struttura di strutture. E' questa metastruttura che definisce l'asserzione generale che sono effettivamente "le strutture che connettono".

Qualche pagina sopra ho avvertito che avremmo incontrato il vuoto, e difatti eccolo: la mente è vuota; essa è niente, un non-ente. Esiste solo nelle sue idee, che sono anch'esse non-enti. Solo le idee sono immanenti, incarnate nei loro esempi, e gli esempi a loro volta sono non-enti. La chela, "come esempio", non è la "Ding an sich"; per l'appunto "non è" la “cosa in sè”. E' invece ciò che la mente ne fa, cioè un "esempio" di questa o quella cosa.

Torniamo alla classe di giovani artisti.

Ricorderete che avevo "due" sacchetti di carta: in uno c'era il granchio, nell'altro una splendida conchiglia. Da quale indizio, chiesi loro, potevano arguire che quella conchiglia a spirale aveva fatto parte di un essere vivente?

Quando aveva circa sette anni, mia figlia Cathy ricevette in regalo un occhio di gatto montato ad anello. Vedendoglielo al dito, le chiesi cos'era, e lei mi rispose che era un occhio di gatto.

“Ma che cos'è?” insistei.

“Be', so che non è l'occhio di un gatto. Sarà una pietra”.

“Toglitelo e guarda com'è dietro” dissi.

Fece come le avevo detto ed esclamò: “Oh, c'è sopra una spirale! Dev'essere appartenuto a qualcosa di "vivo”.

Questi dischi verdastri sono in realtà gli opercoli di una specie di chiocciola dei mari tropicali. Alla fine della seconda guerra mondiale i soldati ne portarono a casa moltissimi dal Pacifico.

La premessa maggiore di Cathy, che tutte le spirali di questo mondo, tranne i gorghi, le galassie e i vortici di vento, sono fatte da esseri viventi, era giusta. Su questo argomento esiste un'ampia bibliografia, che qualche lettore potrebbe avere interesse a consultare (le parole chiave sono "serie di Fibonacci" e "sezione aurea").
Il risultato di tutto ciò è che la spirale è una figura che "conserva la sua forma

(cioè le sue proporzioni) man mano che cresce" in una dimensione, per successive aggiunte all'estremità libera. Perchè‚ dovete sapere che non esistono spirali veramente statiche.

Ma i miei studenti si trovavano in difficoltà: essi cercavano tutte quelle belle caratteristiche formali che avevano scoperto con gioia nel granchio; pensavano che ciò che l'insegnante voleva fosse la simmetria formale, la ripetizione delle parti, la ripetizione modulata e così via. Ma la spirale "non aveva" simmetria bilaterale; non era segmentata.

Essi dovevano scoprire (a) che ogni simmetria e ogni segmentazione erano in qualche modo un risultato, una conclusione del fenomeno della crescita; (b) che la crescita ha le sue esigenze formali; e (c) che una di queste è soddisfatta (in senso matematico, ideale) dalla forma a spirale.

Così la conchiglia porta in sè il "procronismo" del mollusco - la registrazione di come, "nel proprio passato", ha risolto in tempi successivi un problema formale di costituzione di una struttura (si veda il Glossario). Anch'essa dichiara la propria appartenenza alla struttura di strutture che connette.

Tutti gli esempi che ho dato fin qui - le strutture che appartengono alla struttura che connette, l'anatomia del granchio e dell'aragosta, della conchiglia, dell'uomo e del cavallo - erano superficialmente statici. Erano forme congelate, risultato sì di un cambiamento soggetto a regole, ma ormai immobili, come le figure dell'"Ode on a Grecian Urn" di Keats:

"Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave Thy song, nor ever can those trees be bare; Bold lover, never, never canst thou kiss,

Though winning near the goalyet, do not grieve; She cannot fade, though thou hast not thy bliss, Forever with thou love, and she be fair!"

[Bel giovane, sotto gli alberi, tu non puoi lasciare / la tua canzone, n‚ possono mai quegli alberi essere spogli; / ardito amante, mai, mai potrai baciare, / benché ‚ vicinissimo alla meta - eppure, non dolerti; / lei non può sfiorire, anche tu non hai il tuo paradiso, / per sempre tu amerei, e lei sarà bella.]
Siamo stati abituati a immaginare le strutture, salvo quelle della musica, come cose fisse. Ciò è più facile e comodo, ma naturalmente è una sciocchezza. In verità, il modo giusto per cominciare a pensare alla struttura che connette è di pensarla "in primo luogo" (qualunque cosa ciò voglia dire) come una danza di parti interagenti e solo in secondo luogo vincolata da limitazioni fisiche di vario genere e dai limiti imposti in modo caratteristico dagli organismi.

C'è una storia che ho già raccontato altrove e che voglio raccontare di nuovo. Un tale voleva arrivare a conoscere la mente, non in natura, bensì in un suo grande calcolatore personale. Gli chiese (sicuramente nel suo Fortran più forbito):

“Calcoli che penserai mai come un essere umano?”. La macchina allora si mise al lavoro per analizzare le proprie abitudini di calcolo; infine stampò la risposta su un foglio di carta, come fanno queste macchine. L'uomo corse a vedere la risposta e trovò, nitidamente stampate, le seguenti parole: QUESTO MI RICORDA UNA STORIA.

Una storia è un piccolo nodo o complesso di quella specie di connessione che chiamiamo "pertinenza". Negli Anni Sessanta gli studenti lottavano per la

“pertinenza”, e a mio avviso un qualunque A è pertinente a un qualunque B se A e

B sono entrambi parti o componenti della stessa 'storia'. Di nuovo la connessione ci si presenta a più di un livello:

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