Ana səhifə

Estratto dalla prefazione di Nicola Spinosa Curatore delle mostre


Yüklə 25.7 Kb.
tarix11.06.2016
ölçüsü25.7 Kb.


Estratto dalla prefazione di Nicola Spinosa

Curatore delle mostre
Trent’anni orsono, a dicembre del 1979, Raffaello Causa inaugurava a Capodimonte Civiltà del Settecento a Napoli, la mostra voluta di un comitato di studiosi italiani e stranieri e che, presentata in più sedi museali napoletane, dopo il terribile sisma del 23 novembre 1980, esposta nell’Art Institute di Chicago e nell’Institute of Arts di Detroit, fece conoscere e apprezzare le splendide testimonianze di storia e d’arte di quella stagione di altissima civiltà fiorita a Napoli, intanto tornata con Carlo di Borbone all’antico e prestigioso ruolo di capitale di un regno indipendente, nel secolo di Francesco Solimena e di Luigi Vanvitelli, di Francesco De Mura e di Gaspare Traversi, di Giuseppe Sanmartino e delle preziose porcellane modellate nella Real Fabbrica di Capodimonte, ma anche di Domenico Cimarosa, di Niccolò Jommelli o di Giovan Battista Pergolesi, di Celestino Galiani, di Antonio Genovesi o di Gaetano Filangieri. Tre anni dopo, nel 1982, sempre Raffaello Causa presentò presso la Royal Academy of Arts di Londra Painting in Naples from Caravaggio to Giordano, una selezione di più di centocinquanta dipinti del Seicento a Napoli, che, facendo riscoprire l’altissima qualità della produzione napoletana pur in un secolo segnato da un costante intreccio di luci e ombre, fasti e misfatti, miseria e nobiltà, successivamente fece tappa presso la National Gallery of Art di Washington, il Grand Palais a Parigi e il Palazzo Reale di Torino.
Dal successo di quelle due mostre Raffaello Causa trasse sollecitazioni e argomenti per progettare una terza e anche più vasta esposizione – Civiltà del Seicento a Napoli – che avrebbe dovuto documentare, a Capodimonte e a Villa Pignatelli, alla Certosa di San Martino e a Palazzo Reale o nella Villa Floridiana, aspetti, situazioni, personalità e momenti diversi di quel secolo, che, pur tra infinite ombre e molte luci, pur tra indicibili umane miserie e tantissimi esempi di ‘nobiltà’ intellettuale, pur tra mille misfatti e frequenti eventi all’insegna del fasto più superbo e insuperabile, fu rilevante non solo per la sua qualificata produzione pittorica, ma anche per altre applicazioni nel campo delle arti, della letteratura, della ricerca scientifica e del pensiero speculativo.

Causa scomparve, improvvisamente e anzitempo, il 14 aprile dell’84: pur avendolo disegnato per larghi tratti, gli fu, quindi, negata la possibilità di veder realizzato quel suo ‘ambizioso’ e straordinario progetto. Che, tuttavia, ereditato e fatto proprio dal consistente nucleo di funzionari storici dell’arte allora presenti in Soprintendenza, fu portato a realizzazione, con la collaborazione di altri studiosi ‘esterni’ (tra i quali tengo non solo a segnalare Alvar González-Palacios e Alfonso E. Pérez Sánchez, ma a ricordare in modo particolare Giancarlo Alisio): quella mostra, infatti, fu inaugurata pochi mesi dopo la sua scomparsa, il 24 ottobre, giorno del suo onomastico. Proprio come Causa fortemente desiderava.

E fu un successo inimmaginabile, con migliaia e migliaia di visitatori provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa o dagli stessi Stati Uniti, ma anche, con nostra grande sorpresa, così come lo era stato per quella sul Settecento, tantissimi napoletani, che pure, forse per difficoltà di collegamenti o per altri interessi e maggiori ‘urgenze’, ieri come oggi non solo frequentano pochissimo o ignorano del tutto un museo prevalentemente di ceramiche, seppur bellissime, come quello della Villa Floridiana, ma neppure si spingono, se non occasionalmente, a Capodimonte, tra i più prestigiosi e ammirati musei europei, o alla stessa Certosa di San Martino, luogo straordinario per arte e incantevoli ‘vedute’ panoramiche della città e del golfo antistante.

E, quasi in contemporanea, altri due progetti espositivi dello stesso Causa si realizzarono tra l’84 e l’85: la mostra monografica su Bernardo Cavallino, da lui molto amato, presentata prima nel Museo di Cleveland, poi a Villa Pignatelli, e quella su Caravaggio e il suo tempo, realizzata prima al Metropolitan Museum di New York e successivamente a Capodimonte.

Risultato di quelle iniziative fu, seppur con gli scarsi mezzi finanziari disponibili, non solo la ‘riscoperta’ e la conseguente rivalutazione, anche in termini economici, di quel vasto patrimonio di storia e d’arte, che documentava a quali altissimi livelli qualitativi fosse giunta la produzione artistica del Sei e del Settecento a Napoli, nella città ‘barocca’, dall’arrivo del Caravaggio nel 1606 alla presenza nel 1750, al servizio della corte borbonica, di Luigi Vanvitelli e di Ferdinando Fuga, ma con quelle mostre si riuscì anche a recuperare una immagine della città non più segnata negativamente da crescenti ‘miserie’ civili e da sempre più esteso ‘malaffare’ . Un momento, quello successivo alle due mostre del ’79 e dell’84, in particolare, durante il quale i napoletani seppero ritrovare, con la ‘memoria storica’, anche la propria obsoleta identità civile e culturale, grazie anche alla successiva nascita e alla fortunata serie di varie iniziative culturali, restauri compresi, avviate da alcune associazioni o fondazioni private – prime, tra tutte, ‘Napoli Novantanove’ – per estendere la conoscenza del patrimonio di storia e d’arte della città.

Da quelle esposizioni sono ormai trascorsi trenta e, dalla scomparsa di Raffaello Causa, venticinque anni: un quarto e più di secolo, durante il quale altre mostre sono seguite in fitta continuità, accompagnate da studi vari e numerose pubblicazioni. Col risultato di un notevole accrescimento e di una più estesa ed approfondita conoscenza della Napoli ‘barocca’ e delle sue diverse e articolate vicende di storia e d’arte. E con l’ampliamento e l’approfondimento delle accresciute conoscenze (anche se ancora tanto resta da fare) si è anche intensificata l’attenzione e ne è risultata adeguatamente valorizzata sia la produzione pittorica che ogni altro prodotto delle applicazioni artistiche di quegli anni, con un rilievo particolare per quelle dell’arredo e della decorazione, che pur necessitano ancora di ulteriori ricerche e nuove conoscenze. In più numerosi musei, prevalentemente stranieri, hanno visto incrementate le proprie raccolte, già in alcuni casi ricche di opere napoletane, con l’acquisto o con generose donazioni di dipinti, disegni e manufatti, tutti esemplari, ad alto livello qualitativo, delle varie tendenze del barocco a Napoli. Soprattutto va tenuto in gran conto che, anche per effetto di quelle varie e successive mostre, si sono formate, peraltro non solo a Napoli, accanto alle già esistenti, per lo più di passata formazione, nuove collezioni, di singoli privati o di banche e fondazioni bancarie, di dipinti, disegni, argenti, maioliche e mobili napoletani di età barocca.

È per tutto questo che, al momento in cui si profilava il mio ‘pensionamento’ (per reali o ‘presunti’ limiti di età), che decisi, dopo aver ‘festeggiato’ nel 2007, con i miei colleghi e i tanti ‘ospiti’ (dal Caravaggio a Basquiat) convenuti da numerosi musei italiani e stranieri, i cinquanta anni del nuovo Museo di Capodimonte, di ricordare Raffaello Causa, a venticinque anni dalla scomparsa e dalla inaugurazione della ‘sua’ mostra sul Seicento, a trenta esatti da quella sul Settecento, con la realizzazione di una serie di mostre tutte sulla Napoli ‘barocca’, da presentare nelle sedi di sei musei della città.

Una serie unitaria di mostre, dal titolo allusivo di ritorno al barocco, che documentasse non la fitta successione di tendenze, situazioni e personalità diverse che per un secolo e mezzo segnarono la storia delle arti a Napoli, quanto, attraverso la presentazione di opere per lo più di recente acquisizione conoscitiva o mai esposte nella nostra città, generosamente concesse in prestito da raccolte private e da musei italiani e stranieri ,potesse concorrere a tracciare un affascinante percorso di storia e d’arte dal Caravaggio a Francesco Solimena e ai tardi esponenti dell’ultima stagione del barocco napoletano.

Quindi, alla base di questa mia ultima ‘impresa’ non la volontà e la presunzione di tracciare un nuovo e più dettagliato profilo della lunga e complessa vicenda artistica di quel secolo e mezzo di storia napoletana – già, peraltro, sufficientemente delineato, almeno nei tratti principali e più rilevanti, per la parte relativa alla produzione pittorica di primo Seicento e primo Settecento – e neppure il tentativo di proporre nuove ipotesi o soluzioni critiche alle tante situazioni, ancora in ombra o non del tutto sufficientemente ‘illuminate’, alle quali, forse, potrà in parte porre rimedio la diretta e nuova conoscenza di alcune opere esposte nelle varie ‘tappe’ di questo ‘ritorno al barocco’. Quanto soprattutto, con il ricordo di Raffaello Causa, dar conto dei progressi compiuti, seppur con qualche comprensibile limite o ritardo, dagli studi successivi alle ‘sue’ tre mostre dal ’79 all’84. Insieme al desiderio (che è anche un doveroso impegno) di dare il giusto rilievo a quanti sul barocco napoletano hanno concentrato le proprie ‘passioni’ di amanti e collezionisti di cose d’arte.

Una ‘impresa’, questa mia ultima, che, promossa dagli Amici di Capodimonte, si è resa possibile, come tante altre passate, non solo d’intesa con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ma soprattutto per la diretta compartecipazione della Regione Campania e dei suoi Assessorati al Turismo e ai Beni Culturali, ai quali va la mia più sincera gratitudine. Gratitudine che anche questa volta mi piace estendere sia ai tanti prestatori – musei, fondazioni e collezionisti privati – che hanno reso possibile questa complessa iniziativa, ma anche, con forza maggiore, a quei pochi amici ‘veri’ – singole persone o aziende pubbliche e private – che col rispettivo contributo finanziario mi hanno risolto qualche problema, facendosi parte attiva di un progetto diventato comune.

Ed ecco ora, nelle sale della ‘galleria napoletana’ al secondo piano di Capodimonte, dopo Caravaggio e solo in alcuni casi in successione cronologica e in combinazione con alcune opere della collezione permanente, i dipinti e i disegni da Battistello Caracciolo e Filippo Vitale a Ribera e al Maestro dell’Annuncio ai pastori (forse Juan Do), da Massimo Stanzione ad Andrea Vaccaro e a Pacecco de Rosa, da Bernardo Cavallino ad Antonio De Bellis e a Domenico Gargiulo, da Mattia Preti e Luca Giordano e a Francesco Solimena, da Filippo Falciatore a Francesco De Mura e Giuseppe Bonito. Alcuni dei quali ritroviamo a San Martino, non solo in quell’incredibile ‘teatro del sacro’ in chiave barocca che è la sua chiesa con gli ambienti adiacenti, ma anche nella Farmacia della Certosa affrescata da Paolo de Matteis, dove sono esposti oggetti e sculture selezionati per l’occasione, e nelle sale che furono destinate, nell’allestimento della indimenticabile Dely Pezzullo, a ospitare le ‘immagini e memorie della città’, dove ora sono presentati, per questa rassegna, anche altri ritratti di artisti e personaggi storici, dipinti da Andrea de Lione, da Cavallino, da Solimena, da De Mura o da Bonito, e altre ‘vedute’ della città, di Didier Barra, di Gaspar van Wittel o di Leonardo Coccorante. Ma che ritroviamo anche a Castel Sant’Elmo, negli spazi sontuosi e monumentali degli ambulacri, dove, con la mostra fotografica di Luciano Pedicini (l’obiettivo della macchina fotografica legge i particolari del barocco a Napoli più e meglio di un occhio attento e avvertito? Sembra proprio di sì), sono esposti tele e oggetti di culto, che, di pertinenza di chiese o musei napoletani e restaurati negli ultimi venti anni dalla Soprintendenza, purtroppo sono da tempo, per motivi diversi, sottratti agli studi e alla conoscenza.

Dipinti, mobili, maioliche, argenti, vetri, cere colorate e porcellane di Capodimonte, che, con nuovi allestimenti e con uno spettacolare ‘trionfo’ di oggetti rocailles presentato da Michele Iodice nella grande sala al piano terra, tra divertissements, ‘galanterie’ e ‘pastorellerie’ dipinti da Filippo Falciatore, sono esposti nella deliziosa residenza che fu della duchessa di Floridia che è sede del Museo Nazionale delle Ceramiche ‘Duca di Martina’.


Dalla Floridiana a Villa Pignatelli: qui, come in occasione della mostra dell’84-85, un’ampia selezione di ‘nature in posa’, da Giacomo Recco e Luca Forte a Tommaso Realfonso e Giacomo Nani, completando la limitata esposizione degli stessi pittori a Capodimonte, ci riporta lungo i tortuosi e, per larghi tratti, ancora oscuri percorsi all’interno di quel ‘genere’ pur così fascinoso e apprezzato. Per poi far tappa a Palazzo Reale, dove è presentata, nella Sala Dorica al piano terra, la sezione riservata alla cartografia e all’architettura (con un’appendice nelle sale della Biblioteca Nazionale ai piani superiori), e dove, percorse le sale dell’Appartamento Storico (quelle in particolare decorate in tempi diversi da Belisario Corenzio e Battistello Caracciolo, da Francesco De Mura e da Domenico Antonio Vaccaro; peccato, però, che siano da tempo scomparsi gli affreschi dello stesso De Mura e di Solimena per le stanze del re, anche se per quest’ultimo c’è almeno uno dei ‘modelli’ noti, proveniente dal Museo di Bloomington ed esposto ora a Capodimonte, e quelli di Nicola Maria Rossi), nella Cappella Palatina, accanto al grande presepe del Banco di Napoli, si trovano esposti oggetti liturgici e dipinti dal Sei al Settecento con soggetti variamente legati alla nascita di Cristo, dall’Annuncio a Maria alla Strage degli innocenti.

Un itinerario ‘barocco’ che, nei musei ora segnalati, può risultare forse sufficiente, ma che necessariamente va integrato, per intendere vastità, varietà e complessità di quella lunga stagione di storia e d’arte, con altre tappe nella città e nel territorio circostante, per scoprire o riscoprire, in piazze, angoli di strade, chiese, palazzi e piccoli musei, quanti altri straordinari esempi del barocco napoletano concorrano ancora oggi al fascino di Napoli e della Campania: dal Pio Monte della Misericordia, con la celebre pala della Madonna della Misericordia del Caravaggio in chiesa (e a palazzo Zevallos, in via Toledo, non si manchi di visitare la sala con l’ultimo dipinto del maestro lombardo, la tragica e umanissima Sant’Orsola trafitta dal tiranno) e con i dipinti di Francesco De Mura nella Pinacoteca, alla Quadreria dei Girolamini, dalla chiesa della Nunziatella al Gesù Nuovo e alla Cappella Sansevero, dalla Cappella del Tesoro di San Gennaro, con annesso museo, ai Santi Apostoli, per altri itinerari napoletani; dall’Annunziata di Capua alla Reggia di Caserta (lo Scalone d’ingresso, il vestibolo e la Cappella Palatina, realizzati ancora in vita Luigi Vanvitelli), dalla Reggia di Portici all’Abbazia di Mercogliano, dal Duomo o dalla chiesa di San Giorgio a Salerno alla Collegiata di Solofra, per limitarci solo a poche indicazioni per immancabili itinerari nella regione.

Ma con questo “ritorno al barocco” non s’intende solo dar conto di nuovi studi e nuove conoscenze o suggerire itinerari già noti e in parte già praticati in città e in regione, quanto soprattutto si tenta di richiamare l’attenzione di quanti nei prossimi quattro mesi verranno a Napoli richiamati dalla presenza delle sei mostre, su inclinazioni e ‘comportamenti’ più radicati e caratterizzanti, nel bene come nel male, della città e della sua gente, certo in età barocca, ma con conseguenze facilmente percepibili anche oggi, a distanza di ormai più di due secoli. Napoli, infatti, nel suo essere e apparire, fin dal primo Seicento, come segnata costantemente da continui e interminabili contrasti o da costanti e ineliminabili contraddizioni, tra luci e ombre, vizi e virtù, fasti e misfatti, feroce individualismo e diffusa solidarietà, in un’alternanza o combinazione perenne di momenti e situazioni di altissima civiltà e moderna cultura con manifestazioni d’inestirpabile superstizione, estesa arretratezza civile e diffuso ritardo culturale, si è, tuttavia, sempre rivelata, agli occhi, alla mente e al cuore di quanti non l’hanno conosciuta solo occasionalmente e ‘di sfuggita’, ma sono stati capaci di viverla con intensità, tenacia e grande ‘passione’, seppur sempre sofferta e spesso tradita, come un immenso e talvolta impenetrabile ‘contenitore’ di ogni umana e ‘vera’ vicenda quotidiana, anche se alle apparenze ogni volta diversa e contraddittoria.

La città come infinito scenario in cui ‘natura e artificio’, mito e storia, realtà e fantasia, speranze e delusioni, s’incontrano, si accavallano, s’intrecciano, si scontrano e si combinano in un tutto unico; una città nella quale, come in una sorta di ‘gran teatro del mondo’, ogni scelta di vita, ogni atto o comportamento individuale o collettivo, ogni scelta o atteggiamento, seppur dettato da motivazioni o urgenze diverse, si presenta come ‘frammento’, ‘episodio’ o ‘variabile’ di una stessa interminabile ‘commedia’ dell’essere e dell’esistere. Proprio come può apparire l’arte a Napoli in età barocca, nelle sue diverse tendenze, applicazioni e manifestazioni: un’arte sempre capace di risultare, al di là della varietà e diversità di materiali, tecniche e stili, una sapiente, concreta e ‘spettacolare’ unità fenomenica di spazio e tempo, di forme e contenuti, ma anche quale felice combinazione di tradizione e innovazione, di rigorosa conservazione e intrepida sperimentazione.

Il barocco, quindi, come ‘metafora’ o, meglio, come condizione permanente, nel bene e nel male, di Napoli, nel suo insieme e nei tanti episodi di realtà quotidiana e di eventi diversi della sua lunga vicenda di storia e d’arte, nella sua persistente oscillazione o combinazione di perenni contrasti e improvvise o inattese convergenze, nella sua complessa e spesso confusa stratificazione di mito e storia, di arte e mistificazione, come nel costante incrocio o ‘contaminazione’ di passato e presente, di antico e nuovo, di cosmopolitismo e provincialismo.



Sicché, con questa serie di mostre, ci si è anche spinti a tentare di riaffermare, per quanto arduo possa apparire, oggi più di ieri, che, al di là delle tristi vicende passate o recenti che della città hanno fatto evidenziare, talvolta con punte eccessive e spesso ‘tendenziose’, solo gli aspetti negativi, procurati da nuove ombre e reiterati misfatti, la staordinaria vitalità e gli altissimi risultati della lunga stagione del barocco a Napoli: quella stagione durante la quale il finito si confondeva con l’infinito, la linea curva si combinava con quella convessa, il cielo si univa alla terra, le ombre si facevano colorate. Ieri, come fu negli anni da Caravaggio a Vanvitelli e così come vorremmo anche oggi, per un domani forse migliore e non troppo lontano.





Verilənlər bazası müəlliflik hüququ ilə müdafiə olunur ©kagiz.org 2016
rəhbərliyinə müraciət