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Dossier odessa


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Frederick Forsyth.

DOSSIER ODESSA.

Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1973.
Traduzione di Marco Tropea.
Copyright Danesbrook productions Ltd 1972.
Titolo dell'opera originale: "The Odessa File".

Pubblicato da Hutchinson & Co (Publishers) Ltd Londra.

NOTE A PAGINA 492.

"A tutti i reporters".

NOTA DELL'AUTORE.
E' consuetudine degli autori ringraziare le persone che hanno

collaborato alla preparazione di un libro, in particolare su un

argomento difficile, e così facendo citarli. Tutti coloro che mi hanno

aiutato, anche limitatamente, a raccogliere le informazioni necessarie

per scrivere "Dossier Odessa" hanno diritto ai miei più sentiti

ringraziamenti, e se non li cito è per tre ragioni.

Alcuni, ex-membri delle S.S., non erano a conoscenza né dell'identità

del loro interlocutore né del fatto che le loro testimonianze

sarebbero state riportate in un libro. Altri hanno specificamente

richiesto che i loro nomi non fossero menzionati come fonti

d'informazione sulle S.S. Nel caso di altri ancora, la decisione di

non citare i loro noi è stata presa da me solo, e spero più a loro

beneficio che a mio.
F. F.

PREFAZIONE.


L'"Odessa" del titolo non è la città della Russia meridionale, e

neppure la piccola cittadina americana. E' una parola composta di sei

lettere iniziali, che in tedesco stanno per "Organisation Der

Ehemaligen S.S.-Angehörigen": "Organizzazione degli ex-membri delle

S.S.".

Le S.S., come la maggior parte dei lettori saprà, furono l'esercito



dentro l'esercito, lo stato dentro lo stato, concepite da Adolf

Hitler, comandate da Heinrich Himmler, incaricate di compiti speciali

sotto i nazisti che governarono la Germania dal 1933 al 1945. In

teoria questi compiti riguardavano la sicurezza del Terzo Reich; nella

realtà includevano la realizzazione del progetto ambizioso di Hitler

di ripulire la Germania e l'Europa di tutti quegli elementi che egli

considerava "indegni di vivere", di ridurre in schiavitù perpetua le

"razze inferiori delle regioni slave", e di sterminare ogni ebreo,

uomo donna o bambino, in tutto il continente.

Nel portare a compimento questi incarichi le S.S. organizzarono ed

eseguirono il massacro di circa quattordici milioni di esseri umani,

dei quali sei milioni erano ebrei, cinque milioni russi, due milioni

polacchi, mezzo milione zingari e, benché di rado sia ricordato, quasi

duecentomila tedeschi e austriaci non ebrei. Questi erano minorati

fisici o mentali; oppure i cosiddetti nemici del Reich, comunisti,

socialdemocratici, liberali, redattori, giornalisti, sacerdoti che si

erano pronunciati in modo troppo compromettente, uomini di coscienza e

coraggio, e più tardi ufficiali dell'esercito sospettati di infedeltà

a Hitler.

Prima di essere sconfitte, le S.S. fecero delle due iniziali del loro

nome e della coppia di fulmini simbolo del loro stendardo dei sinonimi

di crudeltà, in un modo che nessun'altra organizzazione, prima o dopo

di loro, ha mai potuto eguagliare.

Prima della fine della guerra, i loro membri più alti in grado,

perfettamente consapevoli della sconfitta e senza alcuna illusione sul

giudizio degli uomini civili, al momento della resa dei conti fecero

preparativi segreti per scomparire e costruirsi una nuova vita,

lasciando l'intero popolo tedesco a sopportare e a dividersi le

responsabilità al posto dei colpevoli. A questo scopo, ingenti somme

in oro furono contrabbandate fuori dal paese e depositate in conti

bancari numerati, furono preparati documenti d'identità falsi, furono

aperte possibili vie di fuga. Quando gli alleati invasero finalmente

la Germania, la maggior parte dei massacratori se n'era andata.

L'Odessa fu creata per assicurare agli assassini la fuga verso climi

più ospitali. Quando questo primo incarico fu portato a termine, le

ambizioni degli assassini crebbero a dismisura. Molti non avevano

lasciato la Germania, preferendo fermarsi sotto la copertura di nomi e

di documenti falsi, mentre comandavano gli alleati. Altri tornarono,

convenientemente protetti da nuove identità. I pochi uomini al vertice

della piramide gerarchica rimasero all'estero, nel loro confortevole

esilio, a dirigere i fili dell'organizzazione.

L'obiettivo dell'Odessa era e rimane articolato in cinque parti:

riabilitare gli ex-membri delle S.S. nelle professioni della nuova

repubblica federale creata nel 1949 dagli alleati; infiltrarsi,

perlomeno nei quadri meno importanti, all'interno dei partiti

politici; pagare per la migliore assistenza legale possibile a favore

di ogni assassino S.S. incriminato da un tribunale e rendere vano con

qualsiasi mezzo il corso della giustizia quando questa agisca nei

confronti di un ex-"Kamerad";

rendere possibile agli ex-membri delle S.S. di farsi una posizione

nell'industria e nel commercio, in tempo utile per godere i frutti del

miracolo economico che dal 1945 ha reso ricco il paese; e per finire,

propagandare tra il popolo tedesco l'idea che gli assassini S.S. in

realtà non erano altro che semplici soldati patriottici, che

assolvevano il loro dovere verso la patria e che non meritavano

affatto le persecuzioni alle quali la giustizia e la coscienza li

avevano inutilmente sottoposti.

In tutti questi compiti, con le spalle protette da fondi

considerevoli, gli uomini dell'Odessa hanno ottenuto sensibili

successi, soprattutto nel ridicolizzare le condanne emesse dai

tribunali della Germania occidentale. Cambiando di nome molte volte,

l'Odessa ha cercato di negare la sua stessa esistenza come

organizzazione, con il risultato che molti tedeschi sono convinti

dell'inesistenza dell'Odessa. La risposta è immediata: l'Odessa

esiste, e i "Kameraden" dall'insegna della Testa di Morto sono ancora

uniti al suo interno.

Nonostante i suoi successi in quasi tutti gli obiettivi prefissati,

l'Odessa subisce talvolta qualche sconfitta. La peggiore di tutte s'è

verificata quando, all'inizio della primavera del 1964, un pacco di

documenti arrivò inaspettato e anonimo al Ministero della Giustizia di

Bonn. I pochi funzionari che videro l'elenco dei nomi su questi fogli,

battezzarono il plico "Dossier Odessa".

Capitolo 1.
Tutti sembrano ricordare con grande precisione quello che stavano

facendo il 22 novembre 1963, nel preciso istante in cui apprendevano

la notizia della morte di Kennedy. Il presidente era stato colpito

alle 12.22 ora di Dallas, e l'annuncio della sua morte era arrivato

mezz'ora dopo, in base allo stesso fuso orario. A New York erano le

2.30, a Londra le 19.30 e ad Amburgo le 20.30 di una sera fredda e

spazzata dal nevischio.

Peter Miller stava ritornando in automobile verso il centro della

città dopo aver fatto visita alla madre nella sua casa di Osdorf, uno

dei sobborghi della città. Andava sempre a trovarla, il venerdì sera,

in parte per assicurarsi che avesse tutto quello che le occorreva per

il week-end e in parte perché sentiva il dovere di quella visita una

volta la settimana. Le avrebbe telefonato, se sua madre avesse avuto

il telefono, ma siccome non era così, Miller era costretto ad andare

di persona. Ed era proprio per questo che sua madre rifiutava di far

installare il telefono.

Come al solito teneva la radio accesa, e stava ascoltando un programma

musicale messo in onda dalla radio della Germania occidentale. Alle

20.30 si trovava sulla strada di Osdorf, a dieci minuti

dall'abitazione di sua madre, quando la musica s'interruppe nel mezzo

di una battuta e si interpose la voce dell'annunciatore, carica di

tensione.

«"Achtung, Achtung". Interrompiamo la trasmissione: il presidente

Kennedy è morto. Ripetiamo, il presidente Kennedy è morto».

Miller fissò lo sguardo lungo il bordo superiore della radio, sulla

serie debolmente illuminata delle frequenze, come se i suoi occhi

potessero negare quello che le sue orecchie avevano udito, e

rassicurarlo che era sincronizzato sulla stazione radio sbagliata, una

stazione che trasmetteva assurdità.

«Mio Dio» sussurrò, pigiando il pedale del freno e accostando al lato

destro della strada. Lungo l'ampia autostrada diritta, che

attraversava Altona verso il centro di Amburgo, altri automobilisti

avevano appreso la stessa notizia e si stavano fermando, come se d'un

tratto la guida e l'ascolto della radio fossero diventate due attività

incompatibili, il che in un certo senso era vero.

Sulla sua carreggiata, poteva vedere le luci d'arresto accendersi

mentre gli automobilisti davanti a lui deviavano verso destra per

parcheggiare e ascoltare ulteriori comunicati. Sulla sinistra, le

automobili che si dirigevano fuori città lampeggiarono confusamente,

mentre a loro volta si accostavano al bordo della strada. Due macchine

lo sorpassarono, la prima strombazzando con rabbia, ed egli intravide

il conducente battersi la fronte nella sua direzione con il gesto

abituale con cui gli automobilisti tedeschi danno del demente a chi li

indispettisce.

"Anche lui lo verrà a sapere, prima o poi" pensò Miller.

La musica leggera trasmessa dalla radio era stata interrotta,

sostituita da una marcia funebre, evidentemente tutto quello che il

disc-jockey aveva a disposizione. Di tanto in tanto, l'annunciatore

leggeva frammenti di altre notizie, a mano a mano che arrivavano

dall'ufficio stampa. Cominciava a delinearsi un quadro più

particolareggiato: l'automobile scoperta nel suo giro per le vie di

Dallas, il cecchino appostato alla finestra dello School Book

Depository. Nessun accenno ad arresti.

L'uomo nella macchina davanti a Miller scese e si diresse verso di

lui. Si avvicinò al finestrino sinistro, poi s'accorse che stranamente

il posto di guida si trovava sulla destra e fece il giro

dell'automobile. Indossava un giubbotto di nailon con il bavero di

pelliccia. Miller abbassò il finestrino.

«Ha sentito?» chiese l'uomo.

«Sì» rispose Miller.

«Davvero incredibile» disse l'uomo. In tutta Amburgo, in Europa, nel

mondo, la gente abbordava perfetti sconosciuti per commentare

l'attentato.

«Lei pensa che siano stati i comunisti?» chiese l'uomo.

«Non so.»

«Potrebbe significare la guerra, sa, se sono stati loro» disse l'uomo.

«Forse» disse Miller. Sperava che se ne andasse. Come giornalista,

immaginava il caos dentro le redazioni del paese, mentre ogni

giornalista veniva richiamato in servizio per preparare la

sensazionale edizione straordinaria destinata a comparire sulle tavole

della prima colazione. Ci sarebbero stati necrologi da compilare,

migliaia di tributi improvvisati da ordinare e impaginare, linee

telefoniche assediate da uomini vocianti in cerca di dettagli sempre

più particolareggiati su un uomo dalla gola lacerata che in quel

momento giaceva su una lastra di marmo in una città del Texas.

In un certo senso rimpiangeva di non essere ancora nella redazione di

un quotidiano, ma da quando aveva scelto la libera professione, tre

anni prima, si era specializzato in servizi giornalistici sulla vita

tedesca, riguardanti soprattutto il crimine, la polizia, la malavita.

Sua madre, che odiava quel mestiere, lo accusava di mischiarsi con

"brutta gente", e a niente valevano le sue proteste: il fatto che

stava per diventare uno degli autori di inchieste giornalistiche più

conosciuti del paese non serviva certo a convincerla che la

professione di giornalista era degna del suo unico figlio.

A mano a mano che la radio comunicava nuovi particolari, la sua mente

correva, cercando di mettere a fuoco qualche altra "angolatura"

dell'accaduto che potesse essere trovata in Germania, un particolare

secondario dell'evento principale. Delle reazioni del governo di Bonn

si sarebbe occupato il personale delle redazioni, e così delle

rievocazioni della visita di Kennedy a Berlino nel giugno precedente.

Sembrava che non esistesse niente da scovare e da vendere a uno

qualunque dei numerosi periodici tedeschi, i suoi migliori clienti.

L'uomo appoggiato al finestrino sentì che l'attenzione di Miller era

lontana e pensò che lui fosse sconvolto dalla morte del presidente.

Smise subito di blaterare di guerre mondiali e adottò lo stesso grave

contegno.

«"Ja, ja, ja"» mormorò con aria saputa. «Gente violenta, questi

americani, badi a quello che dico, gente violenta. C'è una componente

di violenza in loro, che noi qui non capiremo mai.»

«Certo» disse Miller, distratto. L'uomo, alla fine, capì l'antifona.

«Be', devo tornare a casa» disse risollevandosi. «"Grüss Gott".» E si

avviò verso la sua auto. Miller si rese conto che se ne stava andando.

«"Ja, gute Nacht"» gridò dal finestrino aperto, poi lo richiuse a

difesa del nevischio che arrivava volteggiando dall'Elba. La musica

alla radio era stata sostituita da una lenta marcia, e l'annunciatore

informò che non ci sarebbe stata più musica leggera quella notte, ma

solo notiziari intervallati da musica appropriata.

Miller si appoggiò alla comoda imbottitura di pelle del sedile della

sua Jaguar e accese una Roth-Händl, sigaretta senza filtro dal tabacco

scuro e puzzolente, altro motivo di lamentela per sua madre nei

confronti di quel figlio deludente.

C'è sempre la tentazione di domandarsi quello che sarebbe successo

se... o se non. Di solito è un'esercitazione oziosa, dato che quello

che sarebbe potuto essere è il più grande di tutti i misteri. Ma è

probabilmente giusto dire che se quella notte Miller non avesse avuto

la radio accesa non sarebbe rimasto fermo per mezz'ora sul lato della

strada. Non avrebbe visto l'ambulanza, né avrebbe mai sentito parlare

di Salomon Tauber e di Eduard Roschmann, e quaranta mesi più tardi la

repubblica d'Israele avrebbe probabilmente cessato di esistere.

Finì di fumare la sigaretta, ascoltando la radio, abbassò il

finestrino e gettò via il mozzicone. A una pressione sul pulsante il

motore da 3,8 litri che si trovava sotto il lungo cofano inclinato

della Jaguar X.K. 150 S rombò una volta, per poi attutirsi al suo

abituale e tranquillo brontolio di animale fremente che cerca di

uscire dalla gabbia. Miller accese le luci di posizione, controllò la

strada alle proprie spalle e s'immerse nel crescente fiume di traffico

lungo la strada per Osdorf.

Era arrivato al semaforo della Stresemanstrasse, che segnava rosso,

quando udì l'ambulanza dietro di sé. Lo affiancò sulla sinistra, con

l'urlo della sirena che si alzava e si abbassava, rallentò un attimo

prima di avventurarsi nell'incrocio contro la luce rossa, poi gli

sfrecciò davanti agli occhi, verso destra in Daimlerstrasse. Miller

reagì d'istinto. Mollò il pedale della frizione e la Jaguar scattò

sulla scia dell'ambulanza, a venti metri di distanza.

Subito desiderò di essere andato direttamente a casa. Probabilmente

era una faccenda da niente, ma non si poteva dire. Un'ambulanza

significava guai, e guai potevano significare un articolo, soprattutto

se uno si trovava per primo sul luogo dell'accaduto e se tutta la

faccenda veniva messa in chiaro prima che arrivassero i cronisti dei

giornali. Poteva trattarsi di un grosso incidente stradale, o

dell'incendio di una banchina, di un edificio in fiamme con bambini

intrappolati dentro. Poteva essere niente. Miller portava sempre con

sé una piccola Yashica con flash incorporato, in uno scomparto del

cruscotto, pronta a ogni occasione.

Il 6 febbraio 1958, una persona di sua conoscenza era in attesa di

partire dall'aeroporto di Monaco, e l'aereo che trasportava la squadra

di football del Manchester United si era schiantato a poche centinaia

di metri di distanza. Questa persona non era nemmeno un fotografo

professionista, ma aveva fuori dalla custodia la macchina fotografica

che portava con sé per una vacanza in una stazione sciistica e aveva

scattato le prime fotografie in esclusiva dell'aereo in fiamme. I

periodici gliele avevano pagate più di 5000 sterline.

L'ambulanza serpeggiò attraverso il labirinto di piccole e anguste

strade di Altona, lasciandosi alla sinistra la stazione ferroviaria e

dirigendosi verso il fiume. Chiunque fosse alla guida dell'ambulanza

Mercedes dal muso piatto conosceva Amburgo e sapeva guidare.

Nonostante la sua grande accelerazione e le sospensioni rigide, Miller

sentiva le ruote posteriori della Jaguar slittare sull'acciottolato

reso viscido dalla pioggia.

Miller riconobbe il magazzino di Menck, dove si vendevano pezzi di

ricambio per auto, mentre gli sfrecciava davanti e, due strade dopo,

ebbe la risposta ai suoi dubbi. L'ambulanza arrivò in una misera

viuzza, scarsamente illuminata e lugubre nel nevischio che scendeva

obliquo, fiancheggiata da edifici cadenti e da casermoni. S'arrestò di

fronte a uno di questi, dove era già ferma un'automobile della

polizia. La luce azzurra sul tetto della macchina irradiava un

riflesso spettrale sulle facce dei curiosi che si accalcavano attorno

al portone.

Un corpulento sergente di polizia, con indosso una mantellina

impermeabile, gridò alla folla di tirarsi indietro e di lasciar

passare l'ambulanza. La Mercedes s'infilò in uno stretto varco. Il

conducente e un infermiere smontarono, raggiunsero di corsa il retro

dell'ambulanza e tirarono fuori una barella vuota. Dopo un breve

scambio di parole con il sergente, salirono in fretta le scale.

Miller parcheggiò accanto al marciapiede opposto, una trentina di

metri più avanti, la fronte aggrottata. Nessun incidente stradale,

nessun incendio, nessun bambino intrappolato. Probabilmente solo un

infarto. Scese dalla Jaguar e si avvicinò alla folla che il sergente

teneva indietro a semicerchio attorno alla porta del casermone, per

mantener sgombro il passaggio fino al retro dell'ambulanza.

«Le dispiace se salgo?» chiese Miller.

«Certo che mi dispiace. Non è successo niente che possa interessarla.»

«Sono un giornalista» disse Miller, esibendo la sua tessera.

«E io sono un poliziotto» disse il sergente. «Non passa nessuno.

Quelle scale sono già abbastanza strette, e nemmeno troppo sicure. Gli

uomini dell'ambulanza scenderanno tra un momento.»

Era grande e grosso, come si conviene ai sergenti di polizia delle

sezioni più dure di Amburgo. Con il suo metro e novanta di altezza, la

mantellina impermeabile e le braccia spalancate per tenere indietro la

folla, sembrava inamovibile come una porta di granaio.

«Che cosa è successo su, allora?» chiese Miller.

«Non posso rilasciare dichiarazioni. Provi più tardi, alla stazione di

polizia.»

Un uomo in abiti civili scese le scale e sbucò sul marciapiede. La

luce girevole sul tetto dell'autopattuglia Volkswagen gli passò sulla

faccia e Miller lo riconobbe. Erano stati a scuola insieme al liceo di

Amburgo. L'uomo era ora un vice ispettore investigativo della polizia

di Amburgo, di stanza alla centrale di Altona.

«Ehi, Karl.»

A sentire il proprio nome, il giovane ispettore si voltò, scrutando la

folla dietro il sergente. Al lampeggiare della luce sull'automobile

della polizia scorse Miller e la sua mano destra tesa. La faccia gli

si schiuse in un sogghigno, in parte di piacere in parte di

irritazione. Rivolto al sergente, fece un cenno con la testa.

«Tutto bene, sergente. Quello è più o meno innocuo.»

Il sergente abbassò il braccio. Miller scattò in avanti e strinse la

mano di Karl Brandt.

«Che cosa fai qui?»

«Seguivo l'ambulanza.»

«Dannato avvoltoio. Che cosa stai combinando di questi tempi?»

«Le solite cose da giornalista indipendente.»

«E ti stanno andando parecchio bene, a quanto pare. Continuo a vedere

il tuo nome sulle riviste.»

«Si vive. Hai sentito di Kennedy?»

«Già. Brutta faccenda. Staranno mettendo Dallas sottosopra, questa

sera. Sono contento che non sia capitata a me, una gatta da pelare del

genere.»

Miller indicò con un cenno l'atrio semibuio del casermone, dove una

debole lampadina gettava un riverbero giallognolo sulla tappezzeria

scrostata.

«Un suicidio. Gas. I vicini hanno sentito la puzza che filtrava sotto

la porta e ci hanno chiamato. Se uno accendeva soltanto un fiammifero,

l'intero caseggiato saltava per aria.»

«Mica una stella del cinema, per caso?» chiese Miller.

«Sì, certo. Quelle vivono tutte in buchi come questo. No, si tratta di

un vecchio. Sembrava uno morto da anni, in ogni modo. Casi del genere

ne succedono ogni notte.»

«Be', dovunque sia andato a finire adesso, non starà certo peggio che

in un posto così.»

L'ispettore accennò un sorriso e si voltò mentre i due infermieri

scendevano gli ultimi sette gradini delle scale scricchiolanti e

arrivavano nell'atrio con il loro carico. Brandt si guardò intorno.

«Fate largo. Lasciate libero il passaggio.»

Il sergente riprese a gridare e spinse ancor più indietro la folla. I

due infermieri uscirono sul marciapiede e si avvicinarono alle porte

spalancate della Mercedes. Brandt li seguì, con Miller alle calcagna.

Non che Miller volesse dare un'occhiata al cadavere del vecchio, o ne

avesse anche soltanto l'intenzione. Stava solo seguendo Brandt. Quando

gli infermieri raggiunsero l'ambulanza, il primo dei due agganciò il

suo lato della barella alle guide scorrevoli e il secondo si accinse a

spingerla dentro.

«Ferma» disse Brandt, e sollevò l'angolo di lenzuolo sopra la faccia

del morto. E spiegò, girando appena la testa: «Solo una formalità. Nel

mio rapporto devo dire di avere accompagnato il cadavere all'ambulanza

e poi all'obitorio».

Le luci interne dell'ambulanza erano vivide, e Miller intravide per

due secondi il volto del suicida. La sua prima e unica impressione fu

di non aver mai visto niente di così vecchio e repellente. Anche

tenendo conto degli effetti del gas, le chiazzature opache della pelle

e il colore bluastro delle labbra, l'uomo non doveva essere stato una

bellezza, da vivo. I radi capelli lisci erano incollati sul cranio.

Gli occhi erano chiusi. La faccia era scavata, emaciata e, senza la

dentiera, le guance sembravano risucchiate quasi al punto di toccarsi

all'interno della bocca, dandogli l'aspetto di un mostro da film

dell'orrore. Le labbra, che quasi non esistevano, erano raggrinzite in

profondi solchi verticali, e ricordavano a Miller le bocche ricucite

delle teste mozzate dagli indigeni del bacino delle Amazzoni. Per

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