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Doc. 2 Ernest Renan Che cos’è una nazione?


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Doc. 2

Ernest Renan

Che cos’è una nazione?

da Che cos’è una nazione? e altri saggi, Donzelli, 1993

(Qu’est-ce qu’une nation?, 1882)
Tipologia

Saggio storiografico


n È molto problematico fornire una definizione compiuta di che cosa sia una nazione; innanzitutto perché fin dal sorgere di quest’idea si è richiamata l'attenzione sul fatto che ogni nazione ha proprie caratteristiche specifiche, legate alla cultura, alla storia, alla geografia, che non possono essere ricondotte a un concetto generale. Tantomeno è possibile individuare un solo e univoco fattore che possa definire l’esistenza di una nazione, sia che si tratti di componenti linguistiche, etniche, o religiose.
n Il brano che riportiamo è dello storico francese Ernest Renan (1823-92), studioso del cristianesimo e filologo che può essere considerato uno dei padri della moderna critica storico-religiosa. Egli indica nella convergenza di molteplici e differenziati elementi la causa storica del sorgere delle nazioni e specifica come le ragioni della loro esistenza si possano ricondurre alla volontà dei gruppi sociali di unirsi per un determinato interesse, cioè quello che lo stesso Renan chiama «il plebiscito di ogni giorno». L'opera da cui è tratto il brano è un’aperta dichiarazione di sfiducia verso i princìpi della democrazia.
L’oblìo, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l’origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l’unità si realizza sempre in modo brutale; l’unificazione della Francia del nord e della Francia del sud è stata il risultato di uno sterminio e di un terrore durato ininterrottamente per quasi un secolo […]. Queste grandi leggi della storia diventano percepibili per contrasto. Molti paesi hanno fallito nell’impresa che il re di Francia ha condotto a termine in modo così ammirevole, in parte attraverso la tirannide, in parte attraverso la giustizia. Sotto la corona di Santo Stefano, i magiari e gli slavi sono rimasti distinti quanto lo erano ottocento anni fa. Lungi dal fondere i diversi elementi dei propri domini, la casa d’Asburgo li ha tenuti distinti e spesso posti gli uni contro gli altri. In Boemia, l’elemento ceco e l’elemento tedesco sono sovrapposti come l’olio e l’acqua in un bicchiere. La politica turca della separazione delle nazionalità in base alla religione ha avuto conseguenze ben più gravi: ha causato la rovina dell’Oriente. Prendete una città come Salonicco o come Smirne: vi troverete cinque o sei comunità, ognuna delle quali ha i propri ricordi, ma che non hanno quasi niente in comune. Ora l’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose. Nessun cittadino francese sa se è burgundo, alano o visigoto; ogni cittadino francese deve aver dimenticato la notte di san Bartolomeo, i massacri del XIII secolo nel sud. In Francia non ci sono dieci famiglie in grado di fornire la prova di un’origine franca, e inoltre una tale prova sarebbe fondamentalmente difettosa, a causa dei mille incroci sconosciuti che possono fuorviare tutte le teorie dei genealogisti.

La nazione moderna è dunque un risultato storico prodotto da una serie di fatti convergenti nella stessa direzione. A volte l’unità è stata realizzata da una dinastia, come nel caso della Francia; talora dalla diretta volontà delle province, come nel caso dell’Olanda, della Svizzera, del Belgio; talaltra da un generale moto degli spiriti, che si impone tardivamente sui capricci della feudalità, come nel caso dell’Italia e della Germania. Una profonda ragion d’essere ha sempre presieduto a queste formazioni. In casi del genere, i princìpi si fanno luce in mezzo alle sorprese più inaspettate.


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